frontCome anticipato a metà gennaio nel corso della presentazione di Weir Keeper’s Tale, pubblicato per Inside Out esce il secondo disco dei Headspace, la heavy prog band capitanata da Adam Wakeman Damian Wilson (Threshold).

Il primo step ha visto la luce circa quattro anni fa (I Am Anonymous) ed evidenziava un gruppo dedito ad un prog metal bilanciato tra aggressività e melodia, capace di regalare lunghe composizioni ben costruite (voglio ricordare tra l’altro l’ottima Fall of America).

All That You Fear Is Gone, titolo del nuovo album, si presenta sulla carta come la prosecuzione del debutto, dilatandone gli orizzonti sonori con una quantità imponente di musica e, come dichiarato, secondo capitolo di una trilogia.

La formazione presenta un nuovo batterista con l’ingresso di Adam Falkner; per il resto tutto invariato quindi, con Lee Pomeroy (basso, chapman stick –It Bites) ed il dinamico chitarrista Pete Rinaldi a fare quadrato intorno alla voce di Damian Wilson e le innumerevoli tastiere di Adam Wakeman.

Immutato resta anche l’approccio del quintetto, capace di mettere insieme sezioni dal mood piuttosto diverso e perfettamente a proprio agio quando c’è da spingere sull’acceleratore; ancora una volta chitarra e keyboards hanno un ruolo a tratti prevalente, AW può lasciare briglia sciolta alla propria creatività ed immaginazione ma si ha comunque la percezione di un sound solido, di una band con le idee chiare sul da farsi e con un valore aggiunto al mixer (Jens Bogren).

Va ribadito l’orientamento ad espandere molto alcuni brani, creando così una massa sonora importante, prova ne sia che se il primo disco durava la bellezza di 72 minuti, questo arriva comunque a 70. Ecco allora che, a mio parere, la scorrevolezza e la capacità di catturare l’attenzione diventano armi fondamentali, rifuggendo la tentazione di esercitarsi in tecnicismi inutili e fini a sé stessi, anche quando il talento non manca; Headspace però combinano a dovere gli elementi e, pur senza strabiliare, propongono un lavoro ben fatto, abbastanza variato e mai noioso.

Un avvio vibrante con la chitarra di Pete Rinaldi in buona evidenza, accerchiata dalla voce del singer e da un tappeto di tastiere che non passa inosservato (Road to Supremacy). Una ulteriore accelerazione con la seguente Your Life Will Change che mette in luce i ricami del piano di Adam Wakeman a contrasto con i riff duri della chitarra, una ritmica serrata e la grande padronanza di Damian Wilson nel fare proprie le melodie. La costruzione del brano, alcuni cori, un alone invisibile…rimandano in parte agli Yes.

Atmosfera acustica e particolare per Polluted Alcohol, tra voce, cori e chitarra per una “disperata”ballad di stampo americano; epilogo ipnotico in cui entrano in gioco piano, basso e batteria.

Si torna sul versante heavy prog con la successiva Kill You With Kindness; segmenti tirati e di impatto si alternano ad altri più morbidi ed acustici, l’unghiata decisiva però non arriva ed il brano non decolla. Quindi un breve ma eloquente intermezzo, The Element: arpeggio della sei corde e la voce di DW, molto ispirato.

Traccia più lunga in programma, 13 minuti circa, The Science Within Us mette in evidenza le qualità bassistiche di Lee Pomeroy, oltre un Damian Wilson in versione Jon Anderson. Di nuovo alcuni richiami agli Yes si fanno piuttosto netti; un inciso al piano di A.Wakeman trasporta il brano in un mare sonoro più frastagliato, dove la chitarra a sprazzi si erge protagonista; molti stop and go ma la linea melodica non viene mai persa di vista, sopratutto nella fase centrale molto cool. Il segmento conclusivo ritrova tiro e quell’aggressività degne di un pirotecnico gran finale.

Giro di boa e si riparte con Semaphore, gran ritmo e piano sotto i riflettori, quindi una seconda parte più densa e lenta, forte di un buon arrangiamento e di una ottima interpretazione del cantante, prima della reprise iniziale. Un secondo breve intermezzo (The Death Bell) ed è il turno di The Day You Return, pezzo breve ma intenso, pur se poggiato su una melodia piuttosto prevedibile e un pò stiracchiata.

Arpeggi e ricami della chitarra acustica, un’atmosfera calda ed avvolgente per la title track con DW accompagnato dal piano, si legano con continuità alla seguente Borders and Days dove entrano in gioco anche piano elettrico e basso.

Per terminare un altro brano corposo (10 minuti), Secular Soul, capace di condensare al meglio le potenzialità di questo super-gruppo, tra reminiscenze progressive in stile (ribadisco, forse all’eccesso) Yes e coordinate pulsioni metal, assemblando sagacemente le parti, con equilibrio e buon gusto.

Il ritorno dei Headspace non è sicuramente di quelli da fare passare sotto silenzio: ricordata la qualità degli interpreti, anche in questo caso hanno composto del materiale interessante e mettono molta carne al fuoco, troppa forse a mio avviso. Se devo trovare un limite infatti è proprio questo: pur tenendo desto l’interesse all’ascolto, un plot più snello avrebbe goduto di una maggiore immediatezza.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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