frontUna nefasta serie di imprevisti e disavventure ha cominciato a bersagliare da anni il cammino dei californiani Redemption, non risparmiandoli nemmeno in occasione della preparazione e pubblicazione The Art of Loss, sesto lavoro in assoluto e primo sotto le nuove insegne di Metal Blade Records.

Dapprima la forma molto aggressiva di tumore che aveva colpito il secondo chitarrista e compositore Nick van Dyk; in seguito, circa un anno e mezzo fa, un aneurisma ha colto di sorpresa il chitarrista Bernie Versailles, miracolosamente vivo ma tuttora fuori gioco per le sue condizioni.

In questo quadro si trattava di designare il sostituto di BV proprio mentre il nuovo album era in divenire.

I tempi sono slittati, dilatati e con loro la vera decisione in quanto la band, pressata dal tempo e dal cambio di etichetta, non ha individuato nessun prescelto, preferendo affidarsi ad un team di..”riserve”, confidando quindi nel rientro del titolare.

Marty Friedman, Chris Poland e Chris Broderick (tutti ex Megadeth), oltre al nostro Simone Mularoni (DGM), si sono così avvicendati nel ruolo, forti di un background in buona parte comune e con l’intento di rimpiazzare al meglio lo sventurato Versailles.

Logica conseguenza è stata che lo stesso songwriting sia rimasto comunque penalizzato dalle tumultuose vicende scandite, ripeto, dallo scorrere implacabile del tempo. The Art of Loss a parer mio risente di tutto questo, con una offerta di brani discreti ma privi del necessario mordente, ancorandosi ad un prog metal talvolta “scolastico” e che guarda invece indietro (palpabile la presenza degli ex Megadeth), senza alcuna velleità di uscire dai propri confini. Nove brani tra i quali una cover di lusso ed una lunghissima suite, oltre 22 minuti, inspiegabilmente posta in fondo alla scaletta.

Se a tutto ciò aggiungiamo il dato non trascurabile che il disco ha una durata complessiva di 75 minuti (!!) si può facilmente intuire che non sia stato semplice mantenere a dovere il focus.

Da un punto di vista tecnico, dell’esecuzione, niente da eccepire: ci troviamo al cospetto di ottimi musicisti, ognuno in grado di svolgere egregiamente la propria parte, sia singolarmente che come insieme. Purtroppo è proprio l’intensità nelle composizioni che spesso viene a mancare, in particolare in quegli episodi dove la strada maestra e ben conosciuta viene ripercorsa per l’ennesima volta.

Prova ne siano brani come la title track introduttiva dove, fatto salvo l’encomiabile drumming di Chris Quirarte e gli estemporanei svolazzi pianistici di Greg Hosharian , poco altro si distingue rispetto a tanti altri pezzi in odore thrash. O come nel caso di Damaged che vede Marty Friedman in veste di solista, poggiata su una melodia prevedibile e riff non entusiasmanti.

Ed ancora, That Golden Light, up tempo ballad dalla melodia e arrangiamento scontati, dove a mio parere si salva solo la prova vocale di Ray Alder.

The Center Of The Fire, alla sei corde solista Chris Poland, parte con buona grinta ed aggressività, interessanti inserimenti del piano ma finisce poi per dilungarsi oltre modo su una base piuttosto fragile e, aggiungerei, datata.

Abbiamo totalizzato sin qui ventidue minuti (non pochi) che se fossero rimasti esclusi farebbero raccontare probabilmente di un altro disco.

Tracce più omogenee e dallo spessore superiore sono invece Slouching Towards Bethlehem (Mularoni Poland alle chitarre), colorata inizialmente da tinte e umori foschi e con il basso di Sean Andrews in buona evidenza, un importante tappeto delle keys in sottofondo ed una sostanziosa alternanza di ritmo e situazioni sonore. Hope Dies Last ritrova una pregnante interpretazione di Alder e rinnova il duello tra le chitarre di Nick van Dyk Chris Poland; la giusta tensione attraversa l’intero svolgimento.

Thirty Silver, tiratissima sin dalle prime battute con i tre ex Megadeth in azione, aggressiva pu se non nobilitata da soluzioni freschissime. Citavo sopra una cover ed eccola arrivare, si tratta di una versione appassionata e serrata di Love Reign o’er Me (The Who) dove la parte di R.Daltrey viene interpretata con grande enfasi da John Bush, front man dei Armored Saint e nei panni di P.Townsend troviamo invece Chris Poland. Brano scolpito nella pietra, eterno, di cui non è facile rendere una versione capace di rimanere in equilibrio tra originalità e personalità; in questo caso direi che la missione va a buon fine.

A chiudere, come annunciato, la mastodontica At Day’s End, una composizione molto più strutturata in grado di regalare passaggi variati ed interessanti, dove finalmente gli arrangiamenti giocano la loro parte e le idee sembrano sgorgare con migliore fluidità, proponendo scenari al di fuori di quanto sin qui ascoltato ed un Chris Quirarte micidiale. Con qualche minuto in meno si potrebbe parlare di un brano di altra categoria se comparato al resto.

Fatte salve dunque le enormi difficoltà segnalate in apertura e stabilito che esse non possono non avere influito sull’esito finale, devo dire che The Art of Loss è a mio avviso un album controverso, prolisso, dove non sono molti gli spunti davvero incisivi e con una redazione della scaletta assolutamente errata (impensabile collocare un brano come At Day’s End in chiusura).

Credo di potere affermare che i Redemption in passato abbiano fatto di meglio.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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