frontAlfieri della scuderia Frontiers Records i norvegesi Circus Maximus sfornano il nuovo e quarto lavoro intitolato Havoc. La band di Oslo guidata dai fratelli Mats Truls Haugen (rispettivamente chitarrista e batterista) mancava dagli scaffali da poco meno di quattro anni, epoca in cui fu pubblicato Nine, album che ha ottenuto molti consensi tanto da potere essere catalogato sin qui come il loro maggiore successo.

Personalmente ho invece avuto qualche perplessità circa la resa complessiva del sound del quintetto, a tratti debitore all’eccesso di band quali Dream Theater (in primis) e Symphony X; così come confesso che non sempre sono riuscito ad apprezzare sino il fondo il timbro aspro del cantante Michael Eriksen.

Per quanto mi riguarda dunque Havoc giunge come una nuova opportunità da sfruttare o una riprova di quelle che sono state le mie sensazioni in passato, lieto e speranzoso in questo frangente di essere smentito.

In realtà le nove tracce che compongono il Cd in uscita in questi giorni corrono in direzione di un prog metal abbastanza immediato, diretto, pur se ben eseguito, in grado di galleggiare costantemente in uno stato di generale piacevolezza all’ascolto ma, a mio avviso, incapace di mostrare gli artigli se non in rare occasioni. Il mixing è nelle mani di Christer-Andrè Cederberg, produzioni di rilievo quali AnathemaTides From NebulaTristania ed altri.

Highest Bitter, PagesLoved Ones Chivalry i brani che mi hanno convinto maggiormente, quelli in cui (sarà un caso ?) il gruppo si concede qualche azzeccata variante rispetto al canovaccio-guida.

Il basso guida inizialmente Highest Bitter, una trama sonora interessante, intricata ed oscura che da vita quindi ad una linea melodica in cui però, parere personale, a tratti zoppica il timbro del singer. Da sottolineare il lavoro alle pelli di Truls Haugen.

Scelta come singolo, Pages ad esempio mette in campo un mood a la Leprous, con suoni spigolosi ed appuntiti. Possenti note del basso di Glenn Mollen ed un riff tenebroso della chitarra accompagnano la voce di Michael Eriksen, qui invece particolarmente efficace; un bello strappo della sei corde anticipa una fase ancora più serrata.

Un tappeto di tastiere apre Loved Ones che ben presto sfocia in un abbrivio largo e corale. Di qui comincia a snodarsi una up-tempo ballad piuttosto rotonda ma con il pregio di “girare” molto bene; sono ancora le keyboards a dettare cambi di scenario con interventi importanti, quindi è il turno della chitarra di ritagliarsi un segmento da protagonista. L’ombra dei Dream Theater in certi momenti è vicina ma il brano ha forza coinvolgente.

Il pezzo conclusivo, Chivalry, prende avvio su sonorità soffuse; un arpeggio ostinato del piano “apre” per un’ascesa potente del singer e di tutta la band. Stop and go si susseguono poi a raffica, in un crescendo di tensione ragguardevole che raggiunge il suo acme con l’epilogo strumentale, potente nell’arrangiamento.

A mio modo di vedere il meglio di Havoc rimane dunque condensato in queste quattro tracce. Le cinque rimanenti come ripeto si mantengono su di un livello sicuramente discreto, composizioni piacevoli ma non dotate di un grosso spessore o capaci di proporre soluzioni intriganti.

Così l’introduttiva The Weight, buon piglio e chitarra di Mats Haugen sugli scudi ma dallo svolgimento troppo prevedibile. Una title track breve e graffiante più nelle intenzioni che nei fatti; buona tensione ritmica in Flames ma la costruzione culmina in un refrain melodico davvero mediocre.

Otto minuti e mezzo per sviluppare a dovere After the Fire potevano essere sufficienti ed invece i norvegesi preferiscono ripiegare su coordinate troppo easy e datate, almeno per la prima metà del brano; decisamente meglio la seconda parte dove keys e chitarra si spartiscono la scena.

Chiudo la carrellata con Remember, una cavalcata sospesa tra un andamento A.O.R. ed alcuni richiami melodici non distanti dai Muse.

In poche parole la strada tracciata da Nine viene in gran parte ripercorsa da Havoc con estrema sicurezza, badando a non divagare più di tanto e confermando quella che è divenuta ormai la cifra stilistica dei Circus Maximus. Qui chiaramente ci si addentra più che mai in un ambito soggettivo, di gusto personale e dunque lascio ad ognuno le proprie valutazioni; io rimango titubante.

Max

 

 

 

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