SpaceShantyA chi ama frequentare le zone meno esplorate del rock progressivo capita, talvolta, di imbattersi in dei piccoli tesori, il cui ascolto rivela sensazioni gratificanti quanto inaspettate e che, una volta conosciuti a fondo, niente (ma proprio niente) hanno da invidiare ai fratelli maggiori più noti. Lo ammetto, a volte non basta un primo o superficiale ascolto. Ma armato di un po’ di pazienza e di un pizzico di curiosità, improvvisamente anche l’ascoltatore più distratto sarà ad un certo punto colpito da una particolare sequenza di note, da una voce, da immagini e angolazioni che inavvertitamente daranno un colore diverso a tutto quello che ha ascoltato fino a quel momento. Tutto questo mi è chiaramente successo con quest’album, dovuto alla fusione una tantum (non più ripetuta) di quattro personaggi di provenienza (e non poteva essere altrimenti) canterburiana: Nick Greenwood (The Crazy World Of Arthur Brown) al basso e alla voce, Steve Hillage (Uriel, Arzachel) chitarra e voce, Eric Peachy alla batteria, Dave Stewart (Egg, Hatfield & The North) alle tastiere.

Il fascino delle sei tracce che compongono questo progetto datato 1972 è tutto nella creazione di un mirabile intreccio tra canoni progressive, tendenze Canterury e spinte decisamente psichedeliche, e questo anche con un certo anticipo rispetto alla definitiva maturazione di queste soluzioni così accattivanti (penso ai futuri Gong). L’inizio dell’album (con la title track) ci proietta direttamente in un universo fatto di space rock, aperture melodiche tipicamente Caravan e sinuosità decisamente psichedeliche. Le linee melodiche affidate alle tastiere e alla chitarra ondeggiano paurosamente, fino a trovare unità sotto l’incalzare di un cantato lamentoso ed evocativo, pronto a lasciare spazio a digressioni ritmiche incalzanti e quasi hard rock così, come a marcette e tempi dispari assai vicini a certe sensazioni Soft Machine o Gong, appunto.

Sono 9 minuti di esposizione di un quadro multicolore, che lascia senza respiro, che rende subito evidente il livello compositivo ed esecutivo raggiunto e che, dopo un estenuante girovagare di soluzioni di vario sapore, precipitano in una chiusura per me sempre sconvolgente, con una vox clamans colma di disperazione che parte da lontano, viene raddoppiata con decisione, e finisce per planare dolcemente là da dove era partita.

Un semplice giro armonico di chitarra apre alla successiva Stranded, che dopo un breve intermezzo di organo in sottofondo, si costruisce su un piano dolcissimo riproponendo il dialogo tra le due voci soliste, che si inseguono in toni alti e bassi, così disegnando linee melodiche accattivanti ed uniche, solo a tratti interrotte da accordi aggressivi di chitarra dominati però dalle preponderanti atmosfere iniziali. Sempre sul punto di esplodere in vorticosi crescendo, il pezzo torna sempre su binari sognanti ed evocativi, grazie al dialogo fertilissimo tra la chitarra di Steve Hillage e le cadenze di pianoforte, discendenti verso il basso e decisamente affascinanti. E siamo solo al secondo pezzo!

Ecco che, aperto dalla solita lancinante evocazione, si presenta l’episodio più intenso dell’album, Mixed Up Man of the Mountains, dove complesse partiture strumentali si susseguono a intermezzi idilliaci, di chiara impostazione canterburiana, accompagnati da stacchi e soluzioni ritmiche (in evidenza il basso) di grande spessore, dal sapore jazz, ma non troppo, psichedelico, ma non troppo, progressive, ma non troppo…Un impasto sonoro che genera soluzioni brevi e fantasiose, che cambiano volto rapidamente, per tornare alla linea melodica iniziale, stavolta accompagnata da una sezione ritmica più sicura che consente alla voce di raggiungere toni più drammatici e meno bucolici.

In tempo per riprendersi, e Driving to Amsterdam ci riporta ancora in una dimensione onirica e sognante, anche stavolta aperta da una proposizione in sequenza di sonorità e idee effervescenti, che si seguono ed inseguono senza sosta, fino a confluire in un regime apparentemente più tranquillo, governato dalla voce di Hillage che dipinge ancora una volta il tutto di atmosfere dolcissime, ma ancora di più quando è doppiata dalla voce di Greenwood. E’ un susseguirsi di stimolazioni. In certi tratti pare di sentire le divagazioni tastieristiche dei Caravan, altrove fluide e ben congegnate improvvisazioni jazzistiche; e poi quel raddoppio di voci, secondo uno schema che in qualche modo è riuscito a tramandarsi fino ai nostri giorni (Echolyn), intriso di drammaticità, ma anche, per così dire, di dolcissima rassegnazione.

L’apertura di Stargazers ci riporta immediatamente a dover decifrare, quasi increduli per la capacità espositiva e la rapidità di esecuzione, soluzioni complesse ed affascinanti, che preannunciano le estremizzazioni che di queste saranno capaci di offrire i Gong (nei quali Steve Hillage non a caso avrà un ruolo determinante) e che a tratti mi hanno fatto pensare, per affinità, a certe dinamiche sonore che caratterizzano Hammill e i VDGG. Il brano si ricorda anche per alcuni sensazionali assoli di chitarra dello stesso Hillage, del tutto avulsi rispetto ai canoni tipici delle lead guitars del rock progressivo, ma pieni di pathos interpretativo, tortuosi e trascinanti nello stesso tempo.

L’album si chiude con Hollow Stone, ancora una volta pilotato dalla splendida combinazione delle due voci di Greenwood e Hillage. Anche se il tratto è più lineare e mancano le mirabolanti deviazioni e digressioni che caratterizzano tutto l’album, il livello di questa interpretazione tipicamente soft-canterbury è altissimo, così come la potenza evocativa dell’assolo di Hillage, che proietta l’ascoltatore in spazi siderali, trascinato da spinte oniriche e da tensioni muscolari, che lo dirottano verso una inevitabile esplosione finale, a cui si giunge nel segno di un vero e proprio precipitare nel tempo e nello spazio.

Il livello strepitoso raggiunto in questo lavoro non sarà, purtroppo, oggetto di una seconda prova. L’incalzare dei tempi, e la crescente fortuna di altre proposte (Soft Machine, Gong) finirono per condurre il gruppo allo scioglimento. Ma questo rende ancora più prezioso questo unico album, poi ristampato nel 2005 con l’aggiunta di due bonus tracks, Break the chains e la prima versione di Mixed Up Man of the Mountains

 

Silvano Imbriaci

Marzo 2016

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...