Matthew Parmenter – All Our Yesterdays 2016

Pubblicato: marzo 17, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontPensi a Detroit e non è certo il progressive il primo genere che ti viene in mente ed invece la città del Michigan è proprio la base di partenza di un gruppo assurto nel tempo allo status di cult-band; mi riferisco ai Discipline e, in questo frangente, al loro talentuoso leader e cantante Matthew Parmenter.

La dinamica label inglese Bad Elephant Music infatti ha appena pubblicato All Our Yesterdays, terzo album solista del carismatico artista americano, qui impegnato come poli strumentista oltre che, ovviamente, al microfono; il solo Paul Dzendzel, batterista della band, collabora con la sua presenza in quattro brani. Terry Brown, già produttore di Rush, IQFates Warning Voivod, si è incaricato del mixing

Se le uscite dei Discipline sono state incredibilmente centellinate, quasi altrettanto si può dire su quelle di Parmenter solista, basti pensare che questo è il terzo titolo quando l’esordio data 2004 (Astray). Un musicista dunque particolarmente selettivo ed attento a “raccontarsi” solo quando ha realmente dei nuovi contenuti da proporre; indubbio poi che il suo essere poliedrico e, per alcuni versi camaleontico, lo abbia in qualche modo “aiutato” nella formazione di una sorta di aura mistica che aleggia intorno al suo personaggio.

Lasciamo da parte ora i Discipline (del cui futuro personalmente non possiedo notizie aggiornate) ed entriamo in sintonia con il nuovo lavoro di MP. All Our Yesterdays si offre come una raccolta di canzoni (sono dieci) alcune delle quali d’acchito paiono slegate tra loro, altre invece (almeno tre) legate a doppio filo dal mood e dalla tonalità usata dal cantante.

Ed è proprio questo, al solito, il tratto principale teso a a caratterizzare il disco e cioè il ventaglio di cui si compone l’arte canora di Parmenter, capace di esplorare e sondare stati d’animo differenti mutando registro a piacimento; sentimenti ed emozioni contrastanti vengono singolarmente ritratti con estrema disinvoltura. Ovvio che all’ascolto la resa non possa risultare indifferente alle variazioni proposte ma questo essere così mutevole resta l’arma principale del cantante e musicista americano.

Brano introduttivo inizialmente giocato tra piano e la voce del singer, Scheherazade si propone come una partenza morbida, confortevole, con un ritmo che aumenta progressivamente pur mantenendo un’andatura compassata mentre la successiva e breve Danse du Ventre dipinge in poche battute uno strumentale quasi claustrofobico, guidato da ripetute note delle keys, percussioni e interventi della chitarra di matrice “frippiana“.

Digital scombina le carte proiettandoci di nuovo in una sequenza pervasa da un mood sensibilmente vicino ad alcune atmosfere care a Peter Hammill. Piano, organo, voce ed un arrangiamento ritmico, tutto rimanda come sempre a “quel” celebrato contesto sonoro.

Una ballad molto evocativa, I Am a Shadow, in cui un’accattivante linea melodica dettata da piano e voce viene supportata da suoni programmati, un affresco sonoro di rara intensità e romanticismo.

Una seconda immersione nell’universo VDGG avviene grazie a All For Nothing. Un senso di disperazione e di impotenza emerge dalla voce di Parmenter, “braccato” da piano e violino (ed in seguito dal sax) in un passaggio lacerante per la sua ineluttabilità. Sulla medesima scia giunge la title track, come a chiudere un cerchio; il testo è una citazione del Macbeth di Shakespeare e racchiude in sé grande drammaticità, enfatizzata dalla prestazione di MP e da un tessuto sonoro molto ridotto inizialmente, aperto da un solo di chitarra ed elaborato dalle tastiere nella seconda parte.

Come dicevo si completa un percorso e con Stuff in the Bag se ne inaugura un altro. La tensione scende a dismisura, lo scenario cambia completamente andando verso un moto quasi scanzonato e leggero anche se il testo, in verità, non è altrettanto ilare. In un altalena senza fine Inside proietta invece immagini molto raccolte, ancora propaggini di certe atmosfere solenni di Hammill. Quindi, una linea melodica netta e dolce fa si che il brano “avvolga” l’ascoltatore completamente, dilagando su direttrici neo prog.

Un episodio musicalmente in tono minore e di breve durata (Consumption) precede la conclusione dell’album. Hey for the Dance torna a toccare le corde più care del sound del leader dei VDGG; la costruzione del brano, l’arrangiamento, il timbro di Parmenter in grado di cambiare registro a piacimento, tutto rimanda a quella sfera mentre un successivo crescendo del sound aggiunge colori alla tavolozza. Una coda molto ritmata fa planare poi il brano su di un terreno più puramente rock’n roll.

Con All Our YesterdaysMatthew Parmenter ci mostra un altro interessante tassello del suo universo musicale, fatto di solitudine, angoscia, malinconia e vuoto, a riprova che la sua musa ispiratrice non poteva essere altri che PH. Un album abbastanza diretto, a dispetto dei temi trattati e del tipo di atmosfere, realizzato senza ricercare effetti speciali o chissà quali artifici.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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