frontProsegue imperterrita la marcia dei Vespero giunti in pochi anni al settimo album. Lique Mekwas è il titolo del nuovo lavoro della band russa capitanata dai fratelli Fedotov e, a grandi linee, poco aggiunge a quanto già non si sapesse sugli orientamenti musicali del combo di Astrakhan.

Space rock fatto di lunghe digressioni interamente strumentali, caratterizzate dalla presenza palpabile del violino (Vitaly Borodin) e, con più parsimonia, di un sax aggiunto (Pavel Alekseev): ciò detto a vantaggio di chi non li conoscesse. Devo anche sottolineare che si tratta sicuramente di musicisti dotati di una cifra tecnica non indifferente; il limite, purtroppo facilmente individuabile, risiede in una talvolta pervicace similitudine al sound dei Ozric Tentacles.

Di nuovo ci troviamo in quella situazione in cui il termine “derivativo” non solo purtroppo non è fuori luogo ma è in assoluto il più calzante e, per certi versi, è un peccato. E’ pur vero che la fattiva presenza del violino e di alcune particolari sonorità provenienti dalla noise box suonata dal tastierista Alexey Klabukov regalano almeno un tocco di personalità ma la globalità dell’impianto sonoro messo in piedi dal sestetto ed il tipo di impatto (per conto mio) si rifanno troppo da vicino alla matrice originaria.

La tendenza a rendere i brani delle lunghe jam che tendono a svariare partendo da uno spunto, da un’idea, supera qui ogni altra tentazione ed inclinazione, andando a collidere (seppur piacevolmente) contro una sensazione netta di replica; 75 minuti non sono davvero pochi e tranne qualche rara occasione i Vespero avrebbero potuto osare di più.

Come detto, Ozric Tentacles in primis e Hawkwind le stelle polari che guidano il cammino di Lique Mekwas, aperto dalla lunga e trascinante The Course 0f Abagaz. Sedici minuti nei quali protagonista assoluto è il ritmo incessante prodotto dalla coppia Alexander Timakov (percussioni) e Ivan Fedotov (batteria); chitarra (Alexander Kuzovlev) e sax tenore partono alternativamente per una tangente immaginaria, sostenuti da una ritmica che diviene quasi in odore…Santana. Note di basso (Arkady Fedotov ) e keyboards lanciano progressivamente una lunga fase più introspettiva, meno dinamica, sospesa tra psichedelia e trip-hop, prima del pirotecnico finale.

Inquadrato il bersaglio diventa facile procedere. Ras Dashen vede in primo piano il violino, accompagnato da una fitta tessitura ritmica e dagli svolazzi della chitarra, muoversi in un contesto sonoro oscuro ed opprimente.

Oromoo’s Flashing Eyes ancora nel segno di un ritmo quasi in loop; ogni strumento si ritaglia a turno il proprio spazio, tra questi un prepotente ingresso del sax ed il basso protagonista. La seconda fase, assolutamente psichedelica, vede tornare alla ribalta il violino.

Con Abyssinian Ground si fa sentire il vecchio wha-wha sulla chitarra di Kuzovlev ma lo schema compositivo rimane piuttosto bloccato. C’è un buon lavoro di basso e batteria, in grado di “riempire” molto e per il resto si va verso la consuete sarabanda con la chitarra stavolta sotto i riflettori.

Le tracce si susseguono, piacevoli ma sono oggettivamente strutturate in modo piuttosto uniforme. Isidore’s Prophet propone ad esempio un elaborato che si può riallacciare al brano introduttivo, c’è maggiore intensità ma il perimetro di confine resta inalterato.

Follow the Fitawrari è il brano con il piglio più convincente; ritmo e densità sin dall’apertura, sax in buona evidenza seguito dal violino e quindi la chitarra a svariare a lungo, imprevedibilmente.

L’ultima traccia, The Emperor’s Second Self, va a ricercare atmosfere sospese e notturne, quasi d’attesa.

L’ascolto termina qui e come sempre in questi casi non è semplice farne un consuntivo. I ritmi e la “anarchica” piacevolezza del sound dei Vespero non sono in discussione ma resta il fatto che si registra una pressoché totale mancanza di originalità.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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