frontMogwai tornano a cimentarsi con una colonna sonora; dopo quella realizzata tre anni fa per la serie televisiva francese Les Revenants è in uscita proprio in questi giorni Atomic, elaborazione e completamento della soundtrack realizzata per accompagnare il documentario della BBC Atomic: Living In Dread and Promise diretto da Mark Cousin.

Imperniato sull’era nucleare, il film (e dunque il commento musicale) ne ripercorre gli orrori e le tragedie, da Hiroshima a Chernobyl fino a Fukushima; paura, distruzione, morte. D’altro canto però si sofferma anche sugli aspetti positivi della ricerca, come ad esempio le importanti applicazioni nel campo della medicina a beneficio della collettività.Stuart Braithwaite e soci dunque riprendono il filo del discorso dopo Rave Tapes, misurandosi nuovamente con una dimensione musicale forse a sé stante ma ormai a loro familiare.

I canoni stilistici della band scozzese, vecchi e recenti, sono qui comunque tutti presenti: la costruzione di atmosfere oniriche, in grado di trasportare in un altro tempo; l’utilizzo dell’elettronica oggi superiore al passato, le chitarre adesso forse non così in primo piano ma ancora capaci, con pochi tocchi, di costruire situazioni importanti. Tutto però è pensato (e dunque deve essere recepito) come colonna sonora in funzione di immagini, di una storia ben precisa alla quale la musica fa da cornice, sottolineando ed esaltando emozioni, sentimenti e riflessioni.

Una precisazione che ritengo necessaria per una valutazione più efficace e veritiera di Atomic che non possiede quindi le prerogative e la libertà di manovra normalmente attribuibili ad un comune album di una discografia. I dieci brani in scaletta, il più lungo sfiora i sei minuti, sono quindi maggiormente legati tra loro rispetto al solito, singoli tasselli di un mosaico pur mantenendo un carattere ed una intensità proprie; musica per immagini in una sequenza che i Mogwai riescono a rappresentare di nuovo con maestria.

Diventa quindi esercizio sterile passare al setaccio le tracce una ad una perché a mio avviso, in questo caso, è proprio l’insieme che fa la differenza. Mi limito dunque a segnalare rapidamente Ether, pezzo di apertura in cui il piano ed il synth (Barry Burns) disegnano subito traiettorie crescenti, tipiche della band di Glasgow; la chitarra di Braithwaite incide poi con una tipica sferzata.

Un soundscape cadenzato ed ineluttabile nel ritmo tratteggia Bitterness Centrifuge, sono ancora le tastiere (e quindi la sei corde) a dilagare facendo salire incredibilmente di intensità il pezzo. “Tentazioni” ed elettronica krautrock per U-235 (simbolo dell’uranio).

Note a cascata, inesorabili per Little Boy, un episodio nel tipico mood del gruppo che mostra così di trovarsi perfettamente a proprio agio in questa veste. Are You a Dancer? invece vede la comparsa del violino (Luke Sutherland) in un viaggio sonoro lento e profondamente malinconico.

Un drumming solenne (Martin Bulloch), il piano e poi una lenta ascesa guidata da chitarra e keyboards indirizzano la successiva Tzar mentre, quasi sulle stesse frequenze, Fat Man va a chiudere il disco.

Su di un terreno specifico, quello della soundtrack, i Mogwai dunque confermano di sapersi muovere con naturalezza, imprimendo il loro taglio, il loro stile, come in qualunque altra occasione. Atomic è intriso di un sound ipnotico, magnetico, che fa del silenzio il migliore compagno di viaggio all’ascolto.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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