Peter Hammill – Fireships 1992

Pubblicato: marzo 28, 2016 in Recensioni Vintage
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Fireships-coverThe spirit music reminds you (I Will Find You)

Ci fu un tempo in cui viaggiavo molto, e lo facevo con passione. Capitali europee, soprattutto, ma anche percorsi minori. A Londra c’ero stato in una indimenticabile vacanza-studio alla fine degli anni ‘80, ma quel ritorno nel febbraio di qualche anno dopo nascondeva un sapore diverso. Vita quotidiana di periferia, da alcuni amici di amici, lontano dai percorsi consueti, in mezzo ad un tripudio di bipiani con i mattoncini rossi infarciti di piccole stanze moquettate, tendenzialmente disordinate, e poco ospitali (e non solo per le scale ripidissime). Pieno inverno, freddo, umido e pioggia fine a completare il quadro.

A farmi compagnia un CD acquistato quasi per caso prima di partire e che, nell’impossibilità tecnologica, ancora impensabile, di riprodurre la mia discoteca di casa in modo casuale nelle mie cuffiette, ero costretto ad ascoltare per intero con un vecchio lettore CD portatile. Naturalmente conoscevo Peter Hammill, ma quella volta, nei meandri della sua produzione alluvionale dove, lo confesso, avevo finito per perdermi, ero stato attratto dalla copertina che ancora oggi non smette di intrigarmi.

Volevo credere che la scelta di quei colori crepuscolari e di quei temi fosse già lì a suggerirmi un ritorno ad atmosfere maggiormente intimiste e delicate (vicine, per intendersi, alla parte melodica e sognante di Over o dei brani After the storm). E in quel momento ne avevo un bisogno assoluto, anche se non esattamente percepito, tra la fine di una lunga storia alle spalle già da qualche tempo, ma ancora abbastanza viva nei miei pensieri, e promesse di una vita futura ancora priva di certezze. Fu una sera, alla fine di una faticosa giornata di trasferimenti, seduto a guardare un paesaggio stradale anonimo e decisamente bruttino, che le mie corde più sotterranee furono messe a dura prova, quasi esasperate da una tensione emotiva scaturita da quelle note e da quella voce apparentemente calma e fluente, come non mai. Musica ridotta quasi all’essenziale, tastiere e chitarre soprattutto, ma con il deciso complemento di delicatissime pennellate degli archi, spesso in funzione contrappuntistica, e di una base ritmica per nulla invadente e morbidissima.

Occhi sbarrati e tuffo nei sentieri segreti della nostalgia.

L’inizio in verità è abbastanza sereno, cosparso di sensazioni quasi pop (se questa categoria mai si possa associare anche per sbaglio a PH) ma assai di classe. I Will Find You, con una orchestrazione e una sequenza di note di apertura che segnano il perimetro di quell’istante in modo indelebile. E la voce, quella voce che dà corpo e spessore a tutto il resto, stavolta anche indipendentemente dal significato del testo, e che subito prende possesso della scena delle tue emozioni, non lasciandola più. Il pezzo prosegue su toni abbastanza leggeri, e ancora non troppo ipnotici, sia pure sufficientemente drammatici.

Ma è con la successiva Curtains che si è catapultati improvvisamente in una dimensione altra e veramente suggestiva.  L’introduzione sospesa del piano lascia subito spazio al PH narratore e si è subito dentro un racconto di Carver. Gli archi in sottofondo rendono l’atmosfera ancora più inquietante e non si può non rimanere intrappolati dalla storia che ci viene proposta. Anime perse, fughe dalla realtà, non si capisce bene se siamo di fronte a viaggi immaginari o reali. Ma il tutto è molto vicino a noi e alla nostra sensibilità. Appare così realistica e naturale quello che PH ci dice in quella bellissima quella strofa così cadenzata, con un saliscendi continuo, mille finali, e pronunciata in un queen english affascinante:  they’ve been running for years to find some kind of thrill to take away the emptiness that they both feel inside. A piccoli passi il brano prende quota e dopo un primo assaggio la voce di Hammill, lascia il posto ad un’intensissima variazione di archi che vincono la resistenza di quei pochi che ancora non sono stati catturati dalle atmosfere magiche di questo brano, fino ad un finale sospeso, che ci lascia sgomenti per la sua profonda malinconia. No comment.

Sulle stesse corde anche la successiva His Best Girl, dove PH continua a raccontarci una storia fatta di immagini vive e fulminanti (Fast forward on the handycam video). Una capacità unica di disegnare quadri di vita vissuta attraverso la costruzione di una voce usata nelle sue più complete modalità espressive, con un ritmo pacato e scorrevole dettato da pochi accordi mossi dagli archi e dalle brevi ma intense divagazioni del basso (assente la parte ritmica). A metà del percorso la voce di PH è raddoppiata da un coro lontano, che contribuisce non poco a restituirci l’immagine di una partenza, di un rimpianto, di una perdita, con un’abilità unica ed una capacità evocativa nella quale è da sempre maestro indiscusso.

Improvvisamente l’atmosfera cambia (Oasis) e dal nulla nasce un solitario grido disperato di quello che sembra un sax alto, che resiste strenuamente in attesa di una voce che ci tiene stretto il cuore e ci guida in un percorso fatto di angoscia e solitudine, fino al ritorno di quel suono così disperato e triste che ci aveva accolto all’inizio.

Ancora gli archi in evidenza aprono in modo magistrale Incomplete Surrender, dove veniamo colpiti da immagini vivissime che culminano, anche nella tessitura musicale, in una richiesta imperiosa e supplicante: I want nothing more than to be one for once, to feel you one with me; no finer mystery, no mystery when we start to surrender up our hearts. Qui PH riesce ancora ogni volta veramente a smuovere le parti nascoste dei miei ricordi più vividi, legati alla fine di una storia e a quell’atmosfera londinese così attaccata alla mia faccia, in quella sera fredda e lontana di febbraio. Succede spesso, è banale dirlo, che una determinata musica si associ ad un ricordo o ad un’emozione (niente di nuovo); ma in questo caso la perfezione è stata raggiunta. Questa atmosfera, questo chiudersi in cerchi concentrici dopo aperture dilanianti rimarrà sempre legata a quei momenti e a quel ricordo.

Una voce da lontano ci porta in una nuova pagina di questo racconto bellissimo. PH capace, sfido chiunque a farlo, di trovare un tema così apparentemente lontano (come la sconfitta e distruzione da parte della flotta inglese dei galeoni spagnoli della Armada Invencible) e a renderne in pochi minuti una rappresentazione così vera e nello stesso tempo così intima, con un’angolazione peraltro del tutto originale, quella degli sconfitti (we never think that we’ll get burned, we’re fireproof,  we think we’re fireproof). Il drumming si fa più intenso, stavolta le accelerazioni sonore sono più marcate, ma il vero miracolo è ancora una volta la voce, che riesce a trovare miracolosamente un registro che sa di catastrofe imminente, di angoscia e paura, di consapevolezza della fine, in un crescendo di ansia e di dolore che rimbalza nelle voci del coro che ripetono costantemente quella frase, mentre il suono del sax spiraleggia su tutto. Sembra di vedere le navi che bruciano e di osservare lo stupore e l’incredulità di chi vi era a bordo fino ad un attimo prima. Un magistrale uso degli archi e del sax, con uno stop and go assai marcato e che sprofonda, insieme alla voce e insieme a quello che rimane delle navi, in un mare di perfetta solitudine.

Con Given Time le immagini si fanno più astratte. Un’introduzione lentissima e dolcissima, su un tappeto soffuso di tastiere, ci aiuta a disegnare una melodia già completa prima con una sequenza pulitissima di note suonata dalla chitarra di PH e poi con la sua voce. Attimi di sospensione del suono, per un pezzo che serve a traghettarci verso la parte finale dell’album, quella più toccante ed evocativa. Non si accelera, i toni sono morbidi, si aspetta qualcosa che non arriva; chitarra e violino dialogano in modo intenso e consentono a Hammill di accarezzare anche note più alte con una movenza che ricorda il canto corale.

Reprise, in modo abbastanza geniale, torna sui suoi passi e sfiora i temi già proposti (le incalzanti “invocazioni” di Fireships ad esempio, con un surplus di intensità drammatica).

Ma è con il pezzo finale (Gaia) che si conclude l’album in modo insuperabile. Un ruolo chiave mantengono ancora una volta le intersezioni tra i cori, il sax alto e gli archi, a formare un paesaggio rallentato, commovente, sul quale però stavolta la voce di PH si staglia, marmorea, da profondità ancora più abissali e vestita di un’intensità mai raggiunta. Sono parole scritte nell’anima, che richiamano ad una visone della natura circostante come singolo individuo vivente  (l’ipotesi Gaia è una teoria di tipo olistico formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979  “Gaia. A New Look at Life on Earth”), nel quale tutti siamo connessi e che in modo autonomo finisce sempre a trovare il suo equilibrio nonostante le ferite portate dallo sviluppo tecnologico.

E’ dunque una visione antropologica tutto sommato ottimistica quella che ci propone PH, ma questo non toglie nulla alla capacità di quest’album di smuovere dal profondo i fondali spesso sabbiosi delle nostre coscienze, mettendosi in contatto, mirabilmente, con le nostre più sconosciute tensioni emotive e con la parte più nascosta di noi stessi per quello che siamo e per quello che abbiamo vissuto.

Silvano Imbriaci

Marzo 2016

 

PETER HAMMILL

Fireships

(1992)

  1. I Will Find You
  2. Curtains
  3. His Best Girl
  4. Oasis
  5. Incomplete Surrender
  6. Fireships
  7. Given Time
  8. Reprise
  9. Gaia

 

Peter Hammill: vocals, guitar (1,6-7), keyboards (1,3,5-6), bass (6), percussion (1,6), piano (2,7,9), Pads (4), string (5), Wind (5),

David Lord / strings (1,7), percussion (1,4), keyboards (2,4,7), orchestral arrangement (2,8, 9), bass (4), percussion (4), strings (7), Wind (7), samples (8)

Nic Potter / bass (1,3,5)

Stuart Gordon / violin (2-6)

David Jackson / Soprano sax (4), flute (4), Alto sax (6)

John Ellis / guitar (5)

commenti
  1. Franco Palese scrive:

    Complimenti per questa bella recensione di uno dei tanti capolavori del Genio Peter Hammill…
    Anch’io mi ritrovo, a distanza di anni, a provare (ancora e sempre) fortissime emozioni ascoltando i VDGG o PH.😉

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