Hammock – Everything And Nothing 2016

Pubblicato: aprile 3, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontMarc Byrd ed Andrew Thompson continuano a lottare ed inseguire i propri demoni, questo il succo di una loro recente dichiarazione. Everything And Nothing è il settimo e nuovo lavoro del duo post rock originario di Nashville, Tennessee.

Da un punto di vista compositivo non ci sono da segnalare particolari novità, l’album si inserisce perfettamente nel solco degli ultimi lavori nei quali i due poli strumentisti americani giocano tra fitti intarsi di chitarre, tastiere, suoni programmati e percussioni elettroniche, affidando le maggiori variazioni ad inserti vocali (anche femminili) o di archi.

Everything And Nothing è dunque il successore dell’ottimo Oblivion Hymns (2013) ma, nel complesso, forse non ne raggiunge l’intensità.A fare pagare dazio alla nuova uscita, a mio parere, è il ritorno ad una durata estremamente dilatata, ben 76 minuti (senza considerare le 4 bonus track disponibili in edizione digitale). Oblivion Hymns infatti, oltre ad atmosfere magistrali, godeva anche di una notevole sintesi per gli usuali canoni del duo; ciò contribuiva a snellire molto le trame di un sound che richiede comunque un ascolto sempre attento alle sfumature, puntando continuamente al cuore con soundscapes altamente evocativi.

Beninteso, il nuovo album contiene dei passaggi altrettanto densi, l’ambient che si viene a creare in alcuni episodi rimane estatico e di prima qualità ma il fatto di trovarsi di fronte a ben 16 brani (!) collocati tutti in un’area abbastanza delimitata, alla lunga può diventare pesante facendo venire meno la scorrevolezza.

Voglio così essenzialmente segnalare quelli che più hanno colpito la mia immaginazione grazie al loro magnetismo. Detto rapidamente dell’introduttiva Turn Away And Return, colorata dal suono di un violoncello (Matt Slocum) e dai cori angelici di Christine Byrd e della seguente Clarity, dall’andamento chitarristico vagamente in stile Cure, indico in rapida sequenza:

– Glassy Blue, uno dei migliori momenti del disco, un mood quasi catartico impreziosito da buone sezioni vocali e dal suono degli archi.

– Marathon Boy, pacatamente guidata dal piano e poi da un arpeggio della chitarra, un episodio nel tipico stile incantato del gruppo.

 We Could Have Been Beautiful Again, infarcita di echi e delay, sonorità che si inseguono in un movimento costante ed ipnotico per un’ascesa senza fine.

– Reverence, di nuovo un brano a passo..felpato, assolutamente suggestivo come sanno essere gli Hammock; tappeti di keyboards, arpeggi di chitarre, emozioni che si susseguono.

– You Walk Around… Shining Like The Sun, una trama eterea e sognante tessuta dalle tastiere che si srotola lentamente grazie al suono liquido delle chitarre.

– Before You Float Away Into Nothing, un titolo che esprime compiutamente le sensazioni derivanti dall’ascolto del breve pezzo di chiusura, un rilassato e struggente perdersi nel niente.

Sono presenti comunque altre tracce piacevoli, come detto mi sono limitato ad evidenziare quelle per me più significative. Con estrema tenacia e coerenza Hammock proseguono il loro viaggio nelle galassie dell’anima e dei sentimenti, tra episodi toccanti e qualche ripetizione. Sonorità accattivanti, paesaggi visitati dall’alto a volo radente, peccato per una certa dose di auto-indulgenza.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. umberto ha detto:

    E Dissonance ? Uno dei brani migliori in assoluto degli ultimi anni, un gioiello di purezza, intenso e lenitivo.

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