frontTempo di novità per la longeva band inglese The Enid: dopo le abrasive (e per me opinabili) dichiarazioni del fondatore Robert John Godfrey sullo stato della attuale scena progressive e l’annuncio del suo ritiro dall’attività live a causa delle precarie condizioni di salute, il gruppo da alle stampe in questi giorni Dust, nuovo lavoro che nelle intenzioni va a concludere la trilogia cominciata con Journey’s End (2010) e proseguita poi con Invicta (2012).

L’album vede ancora per l’ultima volta il pianista e compositore al suo posto, affiancato in primis dal talento vocale e teatrale del cantante Joe Payne e chiude dunque, a tutti gli effetti, una stagione storica per il combo di Northampton; una cospicua discografia alle spalle ed un futuro forse da ridisegnare.Una storia lunghissima quella di Godfrey The Enid, cominciata nella prima metà degli anni ’70 con la fusione di orchestrazioni di matrice sinfonica e accenti fortemente progressive rock, che ha vissuto nel tempo almeno quattro fasi tra scioglimenti e reunion e annoverato nei decenni un cospicuo numero di interpreti.

La formazione protagonista di Dust, oltre al già citato tastierista vede in azione: Max Read (vocoder, tastiere e cori), Dave Storey (batteria e membro della band sin dagli esordi), poi Jason Ducker (chitarre), Zachary Bullock (piano e tastiere) ed il front man ed autore dei testi Joe Payne, oltre Dom Tofield al basso.

Nella simbologia dei numeri i sette brani che compongono il disco rappresentano l’anomala simmetria di una stella a sette punte; sei di queste infatti indicano forze tra loro esattamente contrapposte ed in grado di elidersi, la settima raffigura l’amore, unico elemento capace di resistere.

Prodotto da Max Read e Joe PayneDust è un album estremamente conciso (42 minuti) e scorrevole, dove compaiono tutti gli elementi che più hanno distinto il suono della band inglese negli ultimi anni: dunque un abbondante uso di cori e sezioni orchestrali, una tensione ed un imprinting teatrale ed immaginifico quasi da musical che attraversa ogni pezzo per quello che nel tempo è diventato un marchio inconfondibile.

Un sound piuttosto particolare quindi, anche se ormai ben identificabile, può piacere o meno ma difficilmente lascia indifferenti.

L’avvio è affidato a Born in the Fire e con essa il tema sensibile delle disparità di cui spesso purtroppo si fa protagonista la Legge. Un incedere cupo, quasi minaccioso sfocia ben presto in un inarrestabile crescendo largo e sinfonico sino all’ingresso, quasi sommesso, della voce di Payne, accompagnato da piano e archi. Il tono è assolutamente evocativo; una seconda fase molto più mossa e corale, un break della chitarra innalza a dismisura il pathos prima del gran finale.

Accordi di piano aprono Someone Shall Rise, una ballad morbida appuntata tra gli audaci vocalizzi del cantante ed i possenti cori a sostegno. Sono chitarra, basso e batteria a disegnare una importante alterazione prima dell’epilogo ascendente e rapsodico.

Monsters naviga su acque placide tranquille, tra armonie vocali sospese su un tappeto di keyboards e archi e la voce solista ed ispirata del singer; un passaggio pregnante, emozionante, sicuramente tra i migliori dell’album.

Una introduzione totalmente orchestrale inaugura 1000 Stars, un brano fatto di sali e scendi vocali nei quali Joe Payne va a nozze; la dimensione scenico-teatrale a mio vedere però sovrasta oltre modo la costruzione musicale.

When the World is Full offre tensione e dramma, un altro spaccato molto classicheggiante in cui i possenti arrangiamenti ruotano intorno alla voce appassionata e quasi lirica del cantante. La sola chitarra è deputata a regalare qualche sconfinamento per la tangente.

Dopo due episodi che francamente non mi hanno entusiasmato, l’album recupera quota con Trophy. Una traccia maggiormente dinamica che ritrova valide armonie vocali, un notevole uso dei fiati e lunghi segmenti più ritmati.

Come dicevo, quello che rimane è l’amore...Heavy Hearts completa questa esplorazione tra sentimenti e stati d’animo contrastanti, in un esaltazione vocale dall’andamento enfatico e trionfalistico.

Con Dust dunque si chiude non solo una trilogia ma probabilmente anche un cerchio, quello tracciato dalle idee e dalla musica pensata da Godfrey. In linea generale un album gradevole, sicuramente all’altezza di altri che lo hanno preceduto; personalmente continuo però a trovare eccessivo (e talvolta monotono) il ricorso alle sezioni orchestrali dei Enid.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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