Se anche l’occhiofront vuole la sua parte..la copertina di Affinity, quarto album degli Haken in uscita per Inside Out, non regala molto all’estetica, in compenso anticipa qualcosa sul contenuto. La brillante band prog metal londinese infatti ha nuovamente mischiato il mazzo di carte: accantonate le tentazioni ed i richiami in stile Gentle Giant che avevano caratterizzato The Mountain, è in parte tornata sui propri passi recuperando da un lato alcune vorticose accelerazioni dei primi due lavori, accompagnandole però a sonorità anni ’80.

Un nuovo cambio di direzione dunque che forse era auspicabile nel senso che il disco precedente, pur validissimo, aveva perso qualcosa sul fronte dell’originalità; insistere sul quel versante credo sarebbe stato insidioso e poco proficuo per il gruppo.

Nel frattempo anche la line up è stata aggiornata; è infatti salito a bordo il nuovo bassista Conner Green che ha rilevato Thomas MacLean e ha fatto il suo debutto con l’EP Restoration  uscito nel 2014.

Attendevo la pubblicazione di Affinity con impazienza proprio perché volevo rendermi conto di quale fosse l’orientamento della band per il futuro e ammetto di essere rimasto piuttosto spiazzato dalla scelta, paragonabile per certi versi a quella effettuata dai Riverside per Love, Fear and the Time Machine (anche se la percepisco forse più diluita).

Lo scheletro dell’album ricalca comunque quello dei precedenti con un lunghissimo brano (The Architect, quasi 16 minuti) ed altri due di una decina di minuti circa ognuno (1985 e la conclusiva Bound By Gravity) a costituirne la spina dorsale; a sostegno altre cinque tracce, oltre una breve intro, per un’ora circa di musica.

Proprio questa intro, affinity.exe (durata di 1:24), spiega da vicino lo spirito che anima questo nuovo lavoro: suoni sintetici, cibernetici, di qualche decade fa. Il vero start però avviene con Initiate, un passaggio che dopo un avvio in grande stile si adagia su di un’atmosfera ovattata, punteggiata dai vocalizzi di un Ross Jennings decisamente cresciuto. Una seconda parte tumultuosa ritrova gli Haken più incisivi e diretti, prima di una chiusa larga e corale.

Qualche palpabile eco degli Yes anni ’80 compare prima del fitto fraseggio che apre 1985, guidato magistralmente dalla batteria (Ray Hearne). Suoni di un’epoca inconfondibile colorano la variegata tavolozza sonora della band che ondeggia così tra quel passato e le proprie appartenenze prog metal. E’ un continuo sali-scendi di stati d’animo, quando grazie alla melodia, quando per mano di vocoder o particolari arrangiamenti delle tastiere (Diego Tejeida), quando infine ad opera di granitici ed oscuri riff o rapidi svolazzi della chitarre (Charlie Griffiths Richard Henshall).

Uno dei momenti più intensi, Lapse. Dopo un avvio “battente” la linea melodica indicata dal cantante prende quota, supportata da un cambio di ritmo e dall’ingresso di tutta la band; si alternano così segmenti più duri, spigolosi, ad altri di più ampio respiro, dove il drumming si arrotonda e chitarre e keyboards hanno spazio per folleggiare, profilando un riverbero quasi djent.

Il vero moloch dell’album arriva nelle vesti di The Architect. Partenza strumentale fulminante, uno strappo travolgente sino ad un break maestoso delle tastiere che precede l’entrata in scena del cantante. Tra passaggi dalla ritmica labirintica ed una costante tensione il brano poi si immerge in una fase estremamente sospesa, liquida che ne è il punto nodale; l’andamento divenuto quasi ipnotico torna a comprendere la voce di Jennings, quando chitarra e keys entrano in gioco per dare il via alla rocciosa fase finale che ospita la voce harsh di Einar Solberg dei Leprous. Un passaggio ben costruito.

Dopo un macigno simile ci vuole qualcosa di più digeribile: ecco in arrivo Earthrise che declina una linea melodica ariosa ed immediata, con qualche riflesso heavy prog. C’è comunque tempo di piazzare qualche bruciante accelerazione che da modo di sottolineare la varietà dei colpi di Ray Hearne prima del gran finale ad opera delle keyboards, magniloquenti.

Red Giant vede una prima sezione uniforme seppure in progressivo crescendo; un segmento strumentale da poi il via ad un possente slancio. Un brano particolare che evidenzia di nuovo l’ottima performance del cantante ma che in definitiva stenta a decollare definitivamente.

Ci avviamo verso la parte conclusiva di Affinity, ultimi due giri di pista. Introdotta da sonorità vintage prende il via la scoppiettante The Endless Knot,  un concentrato di ritmo sincopato ad alta densità. Di gusto il break della chitarra che rompe la trama; una pausa di attesa ed il sound torna ad esplodere, carico di energia.

Il rush finale prevede una delle tracce più consistenti sul piano emotivo, Bound By Gravity. Un passaggio suggestivo nel quale piano e tastiere tracciano uno scenario quasi post rock, utile al graduale ingresso di una ritmica soffusa, dolce. Un’appropriata linea melodica guidata da un Jennings molto ispirato aggiunge importanti vibrazioni, amplificate da un arrangiamento “tentacolare”. L’epilogo è giocato su toni altissimi, una chiusa di ottima qualità che sfuma nelle sonorità elettroniche con le quali il disco si era svelato.

Cercando di dare una valutazione il più possibile pertinente ed equilibrata mi sento di dire che Affinity è senz’altro di buona levatura anche se non sprigiona l’impatto entusiasta ed incosciente delle prime due pubblicazioni, né forse la compattezza micidiale di The Mountain. Da approvare a priori la scelta di sterzare di nuovo nel tentativo di non ripetersi o cadere nella nostalgia del glorioso passato, da evidenziare la maturazione del cantante nel suo ruolo e di tutta la band nel complesso.

Credo possa essere uno tra i candidati alla playlist di fine anno, non mi sento però di indicarlo come la migliore opera degli Haken.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Alessandro ha detto:

    Concordo con la chiusa, non è il loro lavoro migliore (io resterò per sempre legato ai primi due che ebbi la fortuna di sentire al tempo dell’uscita) ma ogni volta questi ragazzi ci sanno stupire estraendo dal cilindro soluzioni certamente già sentite ma impreviste e interpretate a loro maniera. 1985 è un pezzo geniale con i suoi richiami ai Saga e mi è piaciuto molto il richiamo allo stile vocale del maestro Trent Gardner (Magellan) in The Architect.
    Ho gradito molto anche il ‘ritorno’ di qualche momento in blast beat e di scream vocals, completamente accantonati in The Mountain.
    Per il resto grande personalità, grande tecnica e un Ross decisamente migliorato. Li aspetto alla prova del fuoco a Milano a giugno!

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