frontPur essendo musicalmente quasi onnivoro anche io, come ognuno, ho dei limiti contro i quali spesso mi incaglio senza riuscire a districarmi. Uno di questi è rappresentato dall’avanguardia più spinta ed esasperata, quella che una volta veniva definita RockInOpposition o, con una terminologia più attuale, Avant Prog.

Qualche anno fa, quattro per l’esattezza, mi sono imbattuto per caso in una band di Oslo dal nome particolare, quasi buffo: Panzerpappa. Il disco in questione era Astromalist, un lavoro interamente strumentale che attraversava uno spettro vastissimo di sonorità e che in seguito ho scoperto essere ben il quinto album del gruppo.

Da allora è calato il silenzio, rotto oggi con la pubblicazione del nuovo disco, Pestrottendans, grazie alla label AltrOck Productions.

Ho deciso di segnalare questo gruppo perché, contrariamente ad altre proposte molto più radicali e per me quasi inafferrabili, il lavoro dei norvegesi si snoda senza vertiginosi picchi di elucubrazioni musicali; certo, non si tratta di un lavoro immediato né tanto meno “orecchiabile” ma a ben vedere è più accessibile, lasciando che l’ascoltatore vi si possa immergere gradualmente, senza doversi dannare l’anima.

In una immaginaria centrifuga pensiamo di immettere suoni dei King CrimsonHenry Cow, Mothers Of Invention, colorandoli con spruzzate di progressive o di fusion: ecco, il distillato a grandi linee corrisponde al sound dei Panzerpappa.

Allo stesso modo non è semplice descrivere i landscapes sonori tratteggiati da un infinita girandola di strumenti che comprendono, oltre a quelli consueti, suoni programmati, oscillatori, moog-guitar, fisarmonica e fiati elettronici.

Si attraversano comunque passaggi articolati ma di derivazione progressive come l’introduttiva Spådom in cui vividi accenti crimsoniani si mescolano con l’ala più “oltranzista” del Canterbury sound, sostenuti da un ritmo circolare (Trond Gjellum alla batteria, synth e suoni programmati).

Corposi e frammentati segmenti ritmati in cui si è investiti da una pioggia di note provenienti dai fiati elettronici (Steinar Børve), da un perenne moto percussivo e dall’entrata in scena della chitarra (Jarle Storløkken); la seconda parte, placida, è appannaggio delle tastiere ( Hans-Petter Alfredsen) prima del ricongiungimento, molto marcato, al tema principale.

Episodi sospesi tra il jazz ed il tango come Barkus i Vinterland, dove recita una parte essenziale e malinconica il suono della fisarmonica, vero snodo centrale del brano. Buono anche il lavoro, discreto ma importante, del basso (Anders K. Krabberød).

Atmosfere incombenti, fatte di strati sonori che si sovrappongono in un movimento frenetico come e più del primo brano, aggiungendo una sostanziosa pennellata fusion, una girandola di stacchi e cambi di ritmo che colpisce per la sua efficacia (Fundal).

Un ostinato delle tastiere e poi i fiati elettronici aprono Tredje malist, segnata da un caleidoscopio sonoro estremamente mutevole e variegato. Pezzo a spirale, dal gradevole impatto.

Landsbysladder 3 inizialmente va maneggiata con cura, nel senso che al primo contatto può risultare…labirintica. Si tratta della traccia più lunga, oltre otto minuti, e su queste distanze la musica dei Panzerpappa diviene di più ostica assimilazione. Spuntano anche un sax e lo xilofono a rinvigorire il ventaglio dei suoni, il fraseggio delle tastiere e poi anche della chitarra è serratissimo.

Nuovamente un mood “oscuro” ad introdurre Goda’ Gomorrah dove la sei corde si fa sentire sin dalle prime battute, in uno stile molto personale. Un andamento oscillante pervade il pezzo, preda di costanti sali-scendi di tensione; molto presente lo xilofono nelle battute conclusive del pezzo.

Terminato l’ascolto devo dire di essere soddisfatto. Non mi sono imbattuto in un capolavoro indimenticabile ma di certo in un album avventuroso, che regala stimoli e piacevoli sorprese a patto di essere curiosi e aperti ad un differente modo di concepire il progressive.

Max

 

 

 

 

 

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