pulQuesta non è una vera e propria recensione. E’ un tentativo di raccontare ciò che mi lega a questo album, al di là del suo valore oggettivo. Sapevo, all’epoca, che ancora il mio gusto musicale doveva affinarsi, e tuttavia nel timido tentativo di esplorare terre ignote, cercavo con inquietudine qualcosa che inevitabilmente mi restituisse quelle sensazioni che ormai conoscevo bene ascoltando i dischi dei soliti, dei più grandi.

Iniziavo a guardare oltre, ad addentrarmi in un universo che non conoscevo, con un po’ di timore (mai veramente percepito) nel lasciare solchi, suoni e immagini consuete. Internet non era ancora così procace e i pochi momenti in cui davvero potevo affacciarmi sul precipizio, oltre alle amatissime “fanzine” (Paperlate su tutte), erano  mostre e mercatini del disco, con esposizioni da capogiro, scatoloni pieni di LP e Cd di gruppi dai volti sconosciuti e dalle copertine fantastiche, e attempati personaggi che si aggiravano tra queste, recitando a memoria rosari di sigle e nomi improbabili. Finché, quasi per caso (ma ho smesso di pensare alle coincidenze) un chissà chi mi convinse ad acquistare questo LP, magari avendo intuito quello che confusamente avevo tentato di spiegare parlando dei miei ascolti.  Accostando la puntina, dopo, a casa, fu una vera sorpresa, maggiore anche della incredibile pulizia e corposità del suono, sentire una voce fanciullesca recitare in musica, con un semplicissimo accompagnamento di pianoforte, una cantilena straziante, quasi horror, tesa ed emozionante. Fu in quel momento che mi sembrò di intuire che avrei dovuto prestare tutto me stesso a quell’ascolto.

Era come se sentissi che stava per accadere qualcosa, cessata quella voce. E così fu.  Si squarciò il velo, si abbassarono tutte le difese, i pregiudizi e il senso critico, e mi vidi proiettato direttamente nei meandri della mia più profonda inquietudine. Probabilmente era quello che cercavo e che ancora cerco nei miei ascolti musicali; questa capacità di accorciare il tempo, unire le distanze, lavorare sull’impasto spazio-temporale, e scuotere il tutto, lasciandomi in panne. Lì dove tutto diventa vivo, dal più piccolo ricordo alla più grande emozione, quando il perimetro dei tuoi riferimenti cambia, forse  ogni volta in senso diverso, ma per sempre.

Il gruppo è francese (PULSAR), e di chiara derivazione floydiana. Il loro disco d’esordio è assai tardivo (1975 – Pollen) e l’album di cui sto parlando è il terzo ed è del 1977; siamo al post tramonto, cioè nella notte, del progressive; i gruppi storici stanno lentamente cambiando pelle, e con fatica cercano di liberarsi di vecchi cliché, a volte in maniera fin troppo brusca (non avendo intuito che avrebbero dovuto solo cercare di attualizzarli). Con Halloween i Pulsar sembrano davvero fuori dal tempo. Non hanno paura di mettere insieme suoni e colori dal chiaro sapore antico, in netto ritardo, costruendo due facciate di musica a tratti ipnotica, celestiale, cupa e invadente, ma anche timida (come la voce del cantante) e, per così dire, eterea, trasparente.

Dopo l’apparizione fanciullesca (1.20) un tappeto di tastiere innesca la cifra dell’intero album su un piano decisamente malinconico ed evocativo, alternandosi a dolcissimi arpeggi di chitarra acustica, fino ad affidarsi ad un misterioso suono di un flauto (3.55), che emerge dal profondo e ci costringe a fermare il cuore per un minuto. Siamo pur sempre alla fine degli anni ’70 e questa miscela così densa di malinconia e inquietudine non può che retrocedere di fronte ad un crescente incedere ritmico (5.36), quasi sconnesso, poco accattivante e decisamente disturbante (almeno nei primi ascolti). Ma è solo un intermezzo, anche se non brevissimo, e il tutto si conclude in un accartocciarsi di sintetizzatori lì dove era partito (9.35).

Emerge da una qualche profondità una voce, ma sempre in una dimensione di eccezionale tenuità e leggerezza, e improvvisamente iniziano a dialogare una straziante chitarra elettrica, stranamente lasciata quasi sullo sfondo, ad inseguire un fraseggio del tutto personale e tortuoso e una valanga di suoni sintetizzati, sui quali, in un momento di apparente tranquillità, la voce, quasi lamentosa, quasi timida, e assolutamente non a suo agio con la lingua inglese, apre ad una bellissima invocazione e preghiera (16.54), che ci riporta direttamente in territori di pura straziante malinconia. Era questo che stavo cercando, mi veniva da pensare ascoltando questo cantare così diverso da quello che avevo ascoltato finora, del tutto impreciso e poco tagliente, non cadenzato e solo triste. Ed era quello che quell’ascolto mi stava restituendo, senza accorgermene ancora bene. Era come se le sensazioni che fino a quel momento avevo conosciuto grazie alla mia musica, le stessi scoprendo da un’altra angolazione, come vedere se stessi riflessi in uno specchio ed avere improvvisamente paura di un’immagine che non sei abituato a riconoscere.

La seconda facciata si apre allo stesso modo, con tracce sparse di suoni volutamente lasciati a contorno di una sublime intuizione di un violoncello che si accompagna di nuovo alla voce che ormai conosciamo (1.48). Tutto è così semplice, ma nello stesso tempo così profondo. Musica ideale per ricucire con i tuoi pensieri più profondi. Non ti soccorrono le immagini del quotidiano, perché il tuo vissuto ti travolge e ti porta di nuovo lontano. Ti scuote nuovamente l’intreccio di due chitarre, che seguono percorsi diversi ma egualmente intensi e di nuovo quella voce (6.38).

E’ musica che si ama o si odia. Posso capire i detrattori, posso vedere chiaramente le tracce di un vecchio modo di fare musica che non se ne vanno, e quella pronuncia così lontana dalla precisione della madrelingua anglosassone. Ma chi se ne frega. Conta l’impatto, ed io, di fronte a questi suoni, restavo paralizzato, stupendomi di come ancora il mio cuore avesse la capacità di accogliere nuove sensazioni dal sapore antico, di come avrei avuto ancora una possibilità e del fatto che comunque questa musica ormai era entrata a far parte di me e sarebbe stata lì, se solo avessi voluto, a farmi compagnia (in un treno lanciato in mezzo alla campagna, in un letto d’ospedale, in una notte silenziosa e serena, di pensieri diversi) – (11.50).

Siamo alla fine anche della seconda facciata. Giusto in tempo (13.43) per avvertire ancora quel quasi goffo intercalare di un suono vibrato e sintetizzato che denuncia il tentativo di modernizzare una proposta sonora finora  ritenuta forse fin troppo semplice anche per gli stessi scaltrissimi musicisti.  Il ritmo ipnotico che segue è senza dubbio la parte meno apprezzabile del disco, che si chiude con questo crescendo di suoni e divagazioni in puro stile psichedelico e in un’atmosfera assai lontana da quella costruita finora. Ma non importa. Basta quell’ultimo (17.23) guardarsi indietro, un’immagine che sempre mi accompagna sentendo la fine di quest’album, qualcuno che ti lascia, un saluto, un addio, una separazione. Ascoltate bene quell’ultimo minuto e ditemi se non è vero…

Silvano Imbriaci

 

Halloween Part I (20:30)
1. Halloween Song (1:20)
2. Tired Answers (9:30)
3. Colours Of Childhood (6:00)
4. Sorrow In My Dreams (3:40)
– Halloween Part II (18:40)
5. Lone Fantasy (4:50)
6. Dawn Over Darkness (6:10)
7. Misty Garden Of Passion (2:15)
8. Fear Of Frost (3:35)
9. Time (1:50)

–  Victor Bosch / drums, percussion
– Gilbert Gandil / guitars, vocals
– Roland Richard / flute, strings
– Jacques Roman / keyboards, synths
– Philippe Roman / bass, vocals
– Carmel Williams / voice (3)

 

 

 

commenti
  1. gianni scrive:

    Mi viene da dire “anni ’70 a bestia!” ovvero molto anni ’70. Però condivido le emozioni che questo tipo di musica fa toccare durante il giusto momento di ascolto.

  2. gianni scrive:

    …e spiega anche “qualcosa” di scritto dopo tipo dagli After Forever
    …e (per me) unisce i Marillion dei tempi di Fish a M.Oldfield. Questo gruppo l’avevo sempre snobbato. Grazie d’averlo citato.

  3. Max scrive:

    L’archivio di Silvano è infinito !

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