frontI canadesi Huis sono una band di puro stampo neo prog della quale fa parte anche il chitarrista dei MysteryMichel St-Père. Presentano proprio in questi giorni il loro secondo album, Neither In Heaven, successore di Despite Guardian Angels pubblicato circa due anni e mezzo fa e del quale avevo già avuto modo di scrivere un commento.

Credo che proprio da li sia utile ripartire per fare il punto ed inquadrare correttamente il sound del gruppo del Québec, tuttora legato ed ispirato alle sonorità delle principali band inglesi anni ’80 ma spostato ora in modo più pronunciato verso quello dei connazionali Mystery.

Volendo individuare una ventata di novità si percepisce, a tratti, una spruzzata heavy prog a rinvigorire il suono.In linea generale quindi i canadesi hanno aggiustato il tiro, cercando di dotarsi di qualche variabile in più. La formazione nel frattempo ha perduto uno dei fondatori, il tastierista Pascal Lapierre; al suo posto infatti, come membri aggiunti, troviamo Gerben Klazinga degli olandesi Knight AreaBenoit Dupuis (Mystery) Johnny Maz che ha finito poi per subentrare in pianta stabile.

Tastiere e chitarra (di gran qualità) sugli scudi, una ritmica dinamica ed in grado di proporre variazioni con buona continuità, la voce di Sylvain Descôteaux che continua a non convincere proprio fino in fondo; queste peculiarità erano già state svelate con il primo disco ma in questo caso i Huis, a mio parere. hanno fatto un salto di qualità. La costruzione dei brani ora ha più carattere, personalità, affidandosi in misura minore a soluzioni troppo manieristiche ed il ruolo della chitarra di St-Père si è fatto più rilevante, spesso orientando inevitabilmente la deriva del suono. Una band che da l’impressione di avere trovato maggiore centralità e sicurezza dei propri mezzi.

I dieci brani visti da vicino. Apre la title track, una breve intro strumentale carica di pathos, giocata tra ripetute note del piano ed un celestiale crescendo delle keyboards. Segue una lunga traccia, Synesthesia, della durata di 13 minuti; è il primo fendente che gli Huis intendono assestare e sin dalle prime battute si coglie facilmente una vena heavy prog, un piglio deciso della ritmica (Michel Joncas – basso, Taurus e William Régnier – batteria) a vantaggio di un poderoso incedere delle tastiere e della voce, quasi stentorea, del cantante. Una pausa di attesa, un arpeggio della chitarra e poi del synth e l’orizzonte sonoro si allarga, acquista profondità…per poi scattare in avanti prepotentemente. Una frazione epica e corale regala una buona chiusura, impreziosita dal primo solo di St-Père.

Linee del basso ad aprire Insane, un passaggio strumentale dall’atmosfera non distante dai Rush, costellato di rapidi cambi di ritmo in cui sono di nuovo basso e batteria i mattatori, fino ad un deciso strappo della chitarra; l’epilogo è imperniato su di una fuga del synth.

Quasi inaspettato arriva l’episodio più fortemente connotato dal punto di vista emozionale. Even Angels Sometimes Fall infatti supera ogni altro sotto questo punto di vista, forte di un ottimo bilanciamento tra melodia ed armonia, una calibrata scelta dei suoni ed il giusto mood. Bello l’intersecarsi tra la voce di Descôteaux (qui più a suo agio) e gli inserimenti della sei corde; è proprio il chitarrista dei Mystery, alternandosi a tastiere debordanti, a regalare un epilogo struggente.

Si rievocano sonorità in stile IQ Marillion con Entering the Gallery, breve, gradevole ma un pò a corto di originalità. Con The Man on the Hill torna a ruggire la chitarra in uno scenario in chiaro-scuro di imprinting marillico, sferzate laceranti si susseguono a pause sospese, mentre il ritmo oscilla tra accelerazioni possenti e contrazioni. Una fase placida, piano e voce, precede la possente reprise conclusiva.

E’ ancora un arpeggio della chitarra ad inaugurare  The Red Gypsy. Ritmo cadenzato, rotondo, sul quale St-Père prosegue la sua tessitura prima di un improvviso cambio di scenario e di marcia, uno spunto guidato dalle tastiere sul quale si inerpica l’ugola del cantante. I riff si fanno più taglienti, si torna a respirare un’aria heavy prog.

Scendendo verso la tranche conclusiva dei pezzi la qualità torna ad innalzarsi. Una corposa ballad, Memories, protagonisti piano, voce e chitarra, si snoda malinconica fino ad un primo segmento crescente nel quale sono nuovamente le keys a recitare la parte del leone. Lo schema si ripete, giocando sulla tensione e creando il momento propizio per un inserto determinante della chitarra.

Nuovamente in primo piano sonorità suggestive nel fitto dialogo tra chitarra e keys in I Held, un altro episodio strumentale conciso ma ricco di impeto e carico di riverberi eighties. 

C’è ancora spazio per una traccia, a riempirlo è deputata Nor on Earth che chiude in poco meno di 12 minuti. Un avvio largo e maestoso guidato dalla chitarra trova approdo nella voce calibrata del singer. Suoni morbidi, atmosfera ovattata, un landscape sognante enfatizzato (al solito) da un’intervento importante di Michel St-Père. Un brano potente ed emozionante che contribuisce non poco alla lettura dell’album.

Neither In Heaven segna un netto passo in avanti per i Huis, maggiormente coeso e d’impatto rispetto all’esordio e, come ho già avuto modo di dire, con un incremento di personalità. In ulteriore evidenza la chitarra cui è attribuito un ruolo primario. Di contro, insisto, il timbro di Sylvain Descôteaux manca di elasticità: centrato nei momenti più intimi e di atmosfera, un pò in affanno su sezioni movimentate. C’è ancora da limare qualcosa, a mio parere, sul versante dei..ricordi ma la strada è quella giusta.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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