frontNé bello, né brutto, né travolgente né banale, sicuramente particolare. Questo è il motivo per il quale voglio dedicare alcune righe a Bottled Out Of Eden, terzo lavoro dei Knifeworld, un progetto solista divenuto poi una band che fa a capo a Kavus Torabi, chitarrista e poli strumentista inglese di origini iraniane già noto per un passato nei Cardiacs ed in seguito membro dei Gong.

Il nuovo album, pubblicato per Inside Out, riparte da dove ci aveva lasciato due anni fa The Unravelling; una iridescente miscela di psichedelia, progressive, incursioni pop, fitti intrecci vocali, sferzate heavy, fughe jazzy. Dunque un crossover a tutto tondo dove si possono cogliere influenze che vanno da Devin Townsend al brit pop, dai Mothers Of Invention agli stessi Cardiacs.

Difficile inquadrare a parole il sound di una band composta da ben otto elementi e che fa un uso atipico di fagotto, sassofoni, sovrapposizioni tra voci maschili e femminili ed una groove possente contrapposti a chitarra e tastiere; di certo un suono che non lascia indifferenti perché molto contaminato e piuttosto fuori dagli schemi più conosciuti.

Non un disco per puristi di genere dunque, piuttosto un ampio ventaglio di possibilità e soluzioni, alcune delle quali interessanti sin dal primo ascolto, altre invece che lasciano dubbi e perplessità; l’andamento delle dieci tracce (oltre ad un brevissimo filler) è dunque decisamente ondivago, difficile da un punto di vista musicale rintracciare un filo conduttore.

Oliver Sellwood (sax e voce) è l’unico membro nuovo del combo londinese che offre uno dei migliori passaggi proprio in apertura. High / Aflame infatti possiede carica e riverberi sonori che fanno pensare di getto a Devin Townsend, modificandone in parte la tensione con l’ampio utilizzo di fiati (ricordo che in campo sono schierati tre sassofoni ed un fagotto). Cori e ritmo crescente, proiettati verso l’alto, improvvisi break ed impasti vocali che coinvolgono puntualmente la cantante e percussionista Melanie Woods.

Ritmo, groove punteggiata dal basso molto presente di Charlie Cawood , buoni arrangiamenti dei fiati e la voce della singer a colorare di tinte jazzy I Am Lost, il brano più interessante da un punto di vista dinamico. E’ il turno del piano (Emmett Elvin) ad aprire una fase più quieta, quasi di attesa, in cui crescono gli impasti vocali, preludio ad un finale nel quale il ritmo torna protagonista indiscusso.

Un altro episodio da sottolineare è A Dream About A Dream; la voce di Kavus Torabi galleggia sulle dolci note del piano, supportato poi dai cori della cantante e da un andamento che avanza gradualmente, prendendo ritmo. Una piacevole atmosfera che comprende alcune interessanti variazioni tra cui una corposa sezione strumentale.

Brani da non sottovalutare sono pure I Must Set Fire To Your Portrait, una composizione per lo più strumentale fatta di fitti fraseggi tra i fiati da un lato e chitarra-basso-batteria dall’altro. Lowered Into Necromancy, ipnotica e spigolosa, la breve ed evocativa Secret Words introdotta da un arpeggio di chitarra,  Feel The Sorcery, pezzo di chiusura in odore fusion.

Rimangono fuori alcuni momenti non certo indimenticabili, vacui o farraginosi a secondo dei casi ma ciò che colpisce nella proposta dei Knifeworld, peraltro suscettibile di miglioramenti, è la diversità, la particolarità. Con ogni probabilità Bottled Out Of Eden rimarrà un disco tra molti non avendo forse le carte giuste da giocarsi. A chi invece fosse curioso suggerisco l’ascolto.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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