frontAttorniato come consuetudine da una miriade di musicisti, alcuni in pianta stabile e molti altri di supporto, torna a fare parlare di sé Lee Abraham, ex bassista dei Galahad giunto ora al quinto lavoro solista.

The Seasons Turn, questo il titolo del nuovo album fresco di stampa, vede di nuovo il musicista di Southampton dedito a chitarra, tastiere e backing vocals, abdicando nel ruolo di bassista a vantaggio del sodale Alistair Begg.  Con loro i fidati Rob Arnold (piano e tastiere), Gerald Mulligan (batteria) e Christopher Harrison (chitarre).

A corredo ci sono una pletora di musicisti aggiunti tra i quali voglio citare l’ex IQ Jadis Martin Orford (flauto), la voce di Marc Atkinson (RiverseaNine Stones Close), Declan Burke (AudioPlastik) voce e chitarre, Simon Godfrey (voce) e Robin Armstrong (Cosmograf) nel ruolo di backing vocals.

Una band quindi molto allargata come uso di Abraham dove ognuno riesce a conferire qualcosa con il proprio apporto per un disco di buona qualità, talvolta in bilico tra tessiture neo prog ed accelerazioni possenti.

Verificato come il modus operandi sia oramai consolidato, è interessante invece testare da vicino la qualità delle trame messe in campo e devo dire che fin dal primo ascolto non ho avuto dubbi, si tratta dell’album più a fuoco e omogeneo composto sin qui dal musicista inglese; solo cinque i brani in scaletta e tra questi spicca la title track introduttiva che con i suoi quasi 25 minuti di durata si pone oggi quasi fuori dal tempo.

Ed invece, strano ma vero, si tratta con ogni probabilità della traccia più entusiasmante del lotto perché, nonostante lo sviluppo mastodontico e quasi anacronistico di una suite di altra epoca, riesce a rimanere sempre viva e coinvolgente, dall’inizio alla conclusione e, pur non evolvendo verso soluzioni particolarmente originali, mantiene sempre alta la tensione. Lampi squarcianti della chitarra, fitti arazzi intessuti dalle keyboards, una ritmica variata, conferiscono un’aura drammatica al primo lungo segmento strumentale. Una fase melodica in cui il canto trova il centro della scena precede poi una nuova sezione strumentale, molto serrata, in cui c’è ampio spazio per una trascinante parte solista della sei corde. Il flauto del redivivo Martin Orford, accompagnato dal piano, cesella un break quieto prima dell’infuocato epilogo che vede protagonisti tastiere, piano e chitarra.

Gran tiro e chitarra (sopratutto) sugli scudi a contrassegnare l’andamento di Live for Today, un brano che nasce su colori e tonalità care ai IQ per poi divergere su sonorità più larghe, non così lontane da alcuni passaggi di marca Spock’s Beard.

Harbour Lights sposta l’accento su toni morbidi, guidata inizialmente da piano e voce; il graduale ingresso della sezione ritmica e le tastiere in sottofondo dipingono una prog ballad malinconica, destinata a salire di pathos grazie al “solito” e prolungato intervento della chitarra, trovando l’apice nella fase conclusiva.

A rallentare un passo sin qui molto sostenuto contribuisce Say Your Name Aloud, una parentesi sospesa tra A.O.R. e pop-rock piuttosto fiacca e avulsa dal resto dei brani e con un andamento assolutamente prevedibile, cui non basta l’ennesimo solo per guadagnare in spessore.

Un altro episodio di robusta consistenza (14 minuti) chiude l’album,  The Unknown. Un atmosfera di attesa permea le prime battute per poi a poco a poco salire di intensità; un cambio di scenario, la batteria che comincia a farsi incalzante ed un riff di chitarra più aggressivo disegnano una sezione strumentale più massiccia e variegata, dove si creano spazi importanti per la sei corde e per le tastiere. La centrale reprise del tema vocale vede l’innesto di un sax (David Vear) ed un nuovo scatto in avanti della chitarra, vera protagonista di questo lavoro. L’epilogo assume sfumature epiche.

Forse meno crossover che in altre occasioni, Lee Abraham è riuscito nell’intento (non facile) di realizzare un album in buona parte ancorato a dettami neo prog che però, a conti fatti, piace e non annoia. The Seasons Turn diventa così a mio parere il suo titolo più convincente, oltre il già valido Distant Days di due anni fa.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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