frontA furia di navigare nel web ci si può perdere ma si può anche incontrare un approdo felice ed è quello che mi è accaduto surfando sin sull’oceano della lontana Nuova Zelanda dove mi sono imbattuto nei Mice on Stilts, un gruppo di sei ragazzi di belle speranze autori del loro primo album, intitolato Hope For A Mourning.

Tre anni fa c’era stato un primo contatto grazie ad un interessante EP (An Ocean Held Me) che aveva messo in evidenza buone qualità di songwriting e la capacità di costruire atmosfere tentacolari, ispirate in buona parte ai vasti spazi ed ai paesaggi della loro terra d’origine ed al talento del cantante, chitarrista e compositore Benjamin Morley.Gli ultimi tre anni evidentemente sono stati fruttuosi per la band kiwi, tanto da condurre in porto questo disco d’esordio che, se al primo ascolto incuriosisce, già al secondo avvolge gradualmente nelle sue spire. Pur con qualche concessione più o meno palpabile a riferimenti di varia natura (cito Radiohead, un post-rock spurio e cantato, qualche improvviso crescendo contaminato da djent, rapidi spaccati jazzy),  Hope For A Mourning mette in scena un gruppo con personalità ed idee, portatore di un sound molto trasversale che solo per comodità posso segnalare a grandi linee come crossover prog.

L’utilizzo frequente di archi e di una buona dotazione di fiati contribuisce inoltre alla composizione di arrangiamenti a tratti sorprendenti, sicuramente al di fuori dei canoni più prevedibili, in cui si intersecano continuamente venature tra loro diverse; un sottile filo invisibile riesce a mantenere legati tra loro e credibili tutti questi spunti, riuscendo pure nell’impresa di suscitare emozioni. Credo che al primo passo ufficiale non fosse lecito attendersi di più.

La bella frase di piano che apre accompagnando la voce di Morley, gli archi di Sam Hennessy, l’ingresso suadente della ritmica…lentamente Khandallah, brano di apertura, prende forma rimandando ad atmosfere passate dei Radiohead, esaltata successivamente da sax e chitarra.

Una ballad acustica, Orca, vira in un andamento sinuoso dove voce, piano e keyboards si spartiscono la scena. E’ di nuovo il sax a compiere un break che anticipa una sezione centrale in cui la tensione e le sonorità vengono portate al limite. Un apertura corale dei fiati regala uno strappo inaspettato prima della conclusione segnata dalla melodia principale e da una coda strumentale vibrante.

I neozelandesi non si fanno mancare nemmeno una ballad in stile americano, voce, chitarra acustica e piano. The Hours infatti ricorda, pur con le dovute differenze, alcune atmosfere narrate da Eddie Vedder, qui impersonato da Benjamin Morley.

Parlando di emozioni si deve fare riferimento a And We Saw His Needs Through the Casket, passaggio obbligato in questo disco. Etereo, evocativo, inizialmente minimale e poi capace di ergersi alto grazie anche alla comparsa di tromba e clarinetto e al sommarsi di un impasto corale che comprende due voci femminili; su questo, un austero intreccio tra piano e chitarra chiude il cerchio.

YHWH prosegue su questa direttrice, incrementando in modo esponenziale il senso di disperazione e malinconia sino ad uno strappo aggressivo guidato dalla chitarra, Cambia il mood, muta la ritmica, il sound si fa più elettrico sostenuto dall’instancabile opera dei fiati; il segmento finale raggiunge toni epici, il pathos aumenta vertiginosamente per uno dei brani più coinvolgenti.

Title track delicata e soffusa, quasi un inno corale e pastorale punteggiato da pregevoli armonie vocali, all’improvviso interrotta dall’ingresso dei fiati e, successivamente, della batteria. La voce di Morley è a tratti dissonante, straniante, quasi fosse fuori giri rispetto all’andamento del brano.

Pietra angolare del disco,  Funeral si presenta come il paradigma della tristezza e dell’ineluttabilità. Voce, chitarra acustica e piano, poi un discreto accenno di cori e tastiere che man mano ampliano il loro raggio d’azione. Uno spirito impregnato di solitudine e contemplazione anima questo pezzo ed è lo stesso in fin dei conti che attraversa l’anima della band; la caleidoscopica frazione strumentale conclusiva ne è la summa.

Monarch, altra traccia che esprime buona qualità, completa questo percorso sonoro stretto e non propriamente comodo ma di certo interessante. Una melodia languida, suoni struggenti ed il timbro del cantante che echeggia vagamente quello di Chris Martin.

Il caso ha voluto dunque che mi imbattessi in questo gruppo sconosciuto e sono molto contento della circostanza. Hope For A Mourning è un lavoro particolare e di carattere, meditativo e a tratti sconfortante ma capace di porre in evidenza gusto e talento. Sin qui, una delle migliori nuove proposte di questo anno.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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