frontInnovativi, sperimentali, spesso un passo avanti, capaci di anticipare e dettare i tempi grazie a brillanti intuizioni e alla genialità di Thom Yorke, autori di alcuni dischi che hanno segnato, comunque la si veda, la storia degli ultimi venti anni di musica.

Allo stesso tempo talvolta spigolosi, enigmatici se non proprio criptici, capaci di suscitare sentimenti disparati e persino tra loro contraddittori; poche band come i Radiohead sono state in grado, a ragione, di catalizzare l’attenzione di un vasto pubblico “imponendo” la propria trasversalità ed il proprio sound, non sempre confortevole e adatto alle grandi platee.

Con queste usuali premesse e, dopo il non trascendentale The King of Limbs di cinque anni fa, salutiamo il loro atteso ritorno.A Moon Shaped Pool è infatti il nuovo e nono lavoro della band inglese, al solito prodotto da Nigel Godrich e realizzato con la collaborazione della London Contemporary Orchestra; undici brani, buona parte dei quali scritti anni fa e già eseguiti sul palco ma mai pubblicati in precedenza, accuratamente arrangiati da Jonny Greenwood e presentati con una scaletta dettata dall’ordine alfabetico.

L’album esce al momento in formato digitale mentre il prossimo mese di giugno verrà pubblicato in Cd e vinile ed è stato preceduto da due singoli corredati da relativi videoclip, confermando così la maestria del gruppo inglese nelle strategie utili a rinfocolare attesa e curiosità.

Non ci sono grandissime variazioni nelle tematiche affrontate da Yorke e compagni, la novità sta se mai nell’approccio in linea generale meno claustrofobico ed esasperato che a mio avviso aveva contrassegnato l’uscita precedente: solitudine, malinconia, disillusione, paura, rabbia, sono sempre presenti ma in questo caso ho la percezione che riescano a sgorgare in modo più fluido, diretto, in poche parole è come se i sentimenti sollecitati e richiamati trovassero una migliore ed esauriente esplicitazione.

Gli inserti orchestrali risultano perfettamente calibrati, mai pesanti o invadenti ed incidono positivamente nel tessuto sonoro, innalzando il grado di pathos già cospicuo proposto dal quintetto. Le linee melodiche, comunque particolari, emergono morbidamente, pur se spesso in contesti permeati da quinte oscure, quasi disperate.

Sempre uguali ma sempre diversi, capaci di catturare l’attenzione con poche note di piano o un crescendo inarrestabile ad accompagnare il timbro dolente, malinconico e dannato di Thom Yorke (per molti appassionati croce o delizia). Non sono compresi a mio parere colpi di teatro o effetti a sorpresa e, con ogni probabilità, proprio questa è la forza di A Moon Shaped Pool, un disco che risulta molto più immediato rispetto al passato.

Non è sufficiente comunque un solo ascolto per valutare ed apprezzare compiutamente i pezzi che si succedono, a cominciare dai due usciti come singoli, rispettivamente Burn the Witch (il cui ritmo viene in pratica impresso dalla sezione d’archi e si offre come una traccia in cui art-rock e pop si incontrano utilizzando come tramite un’orchestra) e Daydreaming, uno dei passaggi più emozionanti ed intensi del disco condotto dal piano ed accompagnato tra l’altro da un video piuttosto ansiogeno.

Atmosfere spiraliche e circolari in cui comincia lentamente a pulsare la ritmica mentre sullo sfondo si estende la maestosità del Coro (Decks Dark), ballate minimaliste tra ambient e psichedelia (Desert Island Disk), passaggi dark ed elettronici, scenari apocalittici in cui l’ambientazione gioca un ruolo decisivo (Ful Stop), brevi e romantici bozzetti in cui l’intreccio voce-piano-archi è davvero toccante (Glass Eyes).

Proseguendo, si snoda un mood ipnotico e suadente segnato da un crescendo armonico (Identikit), quindi un episodio imperniato su chiaro-scuri, luci-ombre, immagini sfuocate tratteggiate dalla voce e rese vivide dal piano e da un arrangiamento lentamente in ascesa (The Numbers), un momento evocativo e nostalgico tra ripetuti arpeggi, un drumming ridotto all’osso e la presenza discreta del Coro (Present Tense), un altro passaggio ipnotico e psichedelico di stampo minimal che lentamente evolve in qualcosa di più largo, etereo (Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief).

Per concludere un brano noto che trae la sua origine nel lontano 1995 ma che sino ad ora non era stato compreso che su di un live, peraltro in una versione differente. True Love Waits chiude veramente in bellezza, tornando a puntare sul raccoglimento e sulle emozioni come meglio sanno regalare i Radiohead.

L’anno in corso è stato sin qui prodigo di pubblicazioni ed ancora lo sarà, molti i nomi importanti in rampa di lancio con le loro nuove fatiche ma sono certo che nella playlist di fine anno non mancherà un posto per A Moon Shaped Pool.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Gran Amedeo ha detto:

    ah ah ah ah, sempre bello leggere queste recensioni zeppe di “innovativi, sperimentali, un passo avanti” associati ai Radiohead.
    Sarebbe innovativo essere obiettivi e, dopo una accurata pulizia delle orecchie, giudicare il disco per quello che è: una lagna trita e ritrita che non attrae, non colpisce, non rimane.

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