frontLa rampante label inglese  Bad Elephant Music presenta Leaves, la quarta e ultima fatica dei Nine Stones Close ora in una formazione completamente rinnovata nella quale della “vecchia guardia” è rimasto, unico punto fermo, il mastermind Adrian Jones,

Un cammino, quello della band anglo-olandese, sin qui in lenta ma costante ascesa che ha messo sempre più in luce la spiccata predisposizione all’intreccio tra passaggi di matrice psichedelica ed aperture larghe, tipicamente progressive. Ogni album, gradualmente e senza colpi di teatro, ha evidenziato questa tendenza che oggi con Leaves, forte anche di forze fresche e dunque spunti nuovi, fotografa al meglio lo status del gruppo.La band conferma peraltro la predilezione verso brani dilatati, lunghi, con i quali esprimere un sound al tempo stesso sognante e romantico ma anche oscuro e riflessivo (Pink Floyd) ; si percepisce però una continua ricerca, un desiderio di evolvere progressivamente per non restare troppo ancorati al passato. Dunque, benché il sound e la cifra stilistica rimangano abbastanza connotati, si colgono importanti aggiustamenti, correzioni, lievi deviazioni di traiettoria utili però a mantenere vivo il progetto.

Uno sguardo ravvicinato all’ attuale line up vede i soli Adrian Jones (chitarre) e Pieter van Hoorn (batterista degli olandesi Knight Area) quali reduci della precedente uscita, One Eye On The Sunrise. Il comparto dei nuovi arrivi vede infatti l’ingresso di Christiaan Bruin (tastiere – Sky Architect), Peter Groen (basso e Chapman stick) e Adrian O’Shaughnessy  (voce). Sulla carta la fuoriuscita di Brendan Eyre Marc Atkinson si presentava come una lacuna piuttosto difficile da colmare ed invece, alla resa dei conti, i tasselli sono andati comunque al proprio posto.

Per presentare il disco voglio proprio partire dalla voce del nuovo cantante, così diversa da quella di Atkinsons e forse per questo capace di orientare differentemente l’andamento dei brani, a tratti costruiti come un abito sul suo timbro. Fin dalle prime battute di Complicated, brano introduttivo scelto come singolo, si può notare come la maggiore oscurità delle trame sonore contrasti piacevolmente con il canto particolare di O’Shaughnessy; unico pezzo breve dell’album e con ogni probabilità il più intuitivo, sospeso tra suoni incombenti delle tastiere e improvvise accelerazioni ritmiche, corroborate dalla presenza attiva della chitarra.

Da qui in poi le tracce dilagano. Goldfish (13 minuti circa) parte in modo solenne, aereo..quindi chitarra e batteria imprimono una prima svolta per un segmento di preparazione allo svelarsi vero e proprio del pezzo. Adesso il ritmo è rotondo, la sei corde ed il cantante dettano le linee di una buona melodia che sfuma in un arpeggio della chitarra a sostegno della vocecui si aggiungono poi piano e keyboards; conclusione in un epico crescendo, protagonista del quale è Adrian Jones.

Si prosegue senza soste, è il turno di Lie caratterizzata da una partenza strumentale heavy. L’ingresso del singer coincide con un breve ma deciso strappo ritmico e di qui prende il via un continuo alternarsi di fasi, quando oscure e di attesa, quando invece vibranti e tirate. Un nuovo spaccato strumentale, denso e serrato, da modo alla chitarra di ricavarsi uno spazio solista molto significativo prima di una chiusa orchestrale e travolgente in cui compaiono anche violino e violoncello.

Il vero moloch in scaletta, i sedici minuti abbondanti di Spoils. Qui ancora più che altrove si possono notare gli elementi diversi e di novità che contraddistinguono Leaves. Per certi versi forse il passaggio più ostico ed introverso, è anche quello che con gli ascolti si fa più apprezzare. Riff micidiali di matrice heavy ed un vago sentore zeppeliniano a segnare lo svolgimento della prima parte, atmosfera psichedelica ed introspettiva per il nucleo centrale ed un epilogo tiratissimo ne fanno il brano più al limite tra quelli proposti.

La corposa title track riconduce ad un mood più compassato in cui la tensione sale attraverso canali diversi, intimi. Voce molto ispirata, sullo sfondo di note drammatiche della chitarra e di un drumming lieve, appena accennato; l’aggiunta del piano conferisce poi ulteriore pathos, per un episodio in bilico tra trip-hop e Pink Floyd.

Fugata ogni perplessità iniziale su una formazione stravolta, posso dire di avere ascoltato ultimamente pochi dischi che sanno crescere un ascolto dopo l’altro come Leaves. Ottimo ed intenso lavoro da parte dei Nine Stones Close, da non perdere per gli amanti del prog psichedelico.

Max

 

 

 

 

 

 

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