Marillion – Clutching at Straws 1987

Pubblicato: maggio 19, 2016 in Recensioni Vintage
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clutching1Il racconto della fine di un rapporto, lenta, inesorabile e senza un vero sapore, se non quello di una sconfitta, o –peggio- di un rimorso.  Avrei potuto pensare a mille altre combinazioni tra la musica che ascoltavo in quel momento e la conclusione di quella storia, frammenti, situazioni, ognuno con la sua colonna sonora.

Ma quello che mi si presenta quando ascolto la nebbia diradarsi sulle prime note di questo CD, è quel panorama di colori e immagini, vive, tratte direttamente da quei mesi e non da altro. Mi vedo tornare in macchina dopo un’altra sera come le altre, passata con lei, e ancora una volta senza aver né tolto né aggiunto nulla al nostro stare insieme.

Percepisco di nuovo con chiarezza la presenza di un piccolo grumo di tristezza nel cuore, pensando che si stava lentamente consumando anche quel po’ di luce che mi ostinavo a tenere, e così credere, accesa.

Ma in quei ritorni a casa notturni, in una strada fin troppo consueta, ricordo la consolazione infinita che mi davano quelle note e quella voce così intensa, ancora ai massimi livelli, di Fish.

Clutching at Straws è l’album della maturità, il momento della resa dei conti, quando non sai bene come, ma intuisci che tutto si può spezzare e andare in frantumi oppure continuare, con rinnovata energia. Un po’ come stava accadendo a me (si perdoni la forzatura dell’aggancio). Si sente che Fish avrebbe cercato altre strade, che qualcosa non era più come prima, ma le musiche che escono da questo album hanno ancora qualcosa di veramente magico e sorprendente. Può dirsi, anche a ragione, che i vertici dei lavori precedenti qui non li abbiano mai raggiunti, che un po’ di maniera e mestiere abbia finito per togliere sentimento all’intera proposta.

Ma è un discorso che nasconde la componente emozionale e soggettiva: per me ascoltare Clutching è come ascoltare qualcosa che finisce, in tutti i sensi, è la cronaca di una separazione, o meglio di un allontanamento scivoloso, di un momento che riuscirò a ricostruire nelle sue vere dimensioni solo molto tempo dopo. Non tutto è, ovviamente, in questa direzione, alcuni brani sono molto al di sotto della media. Ma laddove l’emozione prende il sopravvento, si sente che alcune tensioni o vibrazioni né i nuovi MarillionFish poi le avrebbero mai più raggiunte.

L’inizio (Hotel Hobbies), come ho detto, è da brividi, con atmosfere liquide preparate da PT e SR in tipico stile Marillion, una sorta di lenta preparazione ad un racconto, interrotto da una improvvisa aggressione congiunta, voce e chitarra, in una specie di senso disperato che rimanda a scenari un po’ meno solari e più cupi rispetto all’idillio dello xilofono iniziale, che comunque chiude riportando un po’ di serenità e lasciandoci incuriositi e sospesi (of another day….).

Improvvisamente il formidabile arpeggio di SR ci immerge nelle più classiche e morbide atmosfere dei Nostri (Warm Wet Circles), dove mirabilmente riescono a confondersi registri nostalgici e improvvise aperture di angoscia…quanti pensieri su quell’assolo di chitarra, quante parole affollano la mente, parole che avrei voluto dire invece delle banalità che riuscivo solo a balbettare cercando di riempire i tempi morti delle nostre finte conversazioni.

Il successivo passaggio fino a At That Time of the Night ce lo offre uno stupendo tappeto di tastiere e basso, con la voce di Fish in lontananza che porta con sé un intenso ricamo di SR, dritto al cuore, ancora oggi del tutto emozionante. E’ un minuto di musica o poco più, ma è qualcosa di autentico e vero. E’ sorprendente come riesca a ricordarmi tutte le parole di questa sequenza in modo così chiaro e naturale, una preghiera laica o più semplicemente una poesia imparata a memoria. Mi vedo abbassare un po’ il finestrino, anche se fa freddo, ancora sono lontano da casa e, anche se non c’è traffico, rallento. So if you join me….e sento il bisogno di alzare il volume perché Fish sta recriminando qualcosa nei confronti del mondo ed è giustamente incazzato nero. Graffia con la sua voce, ripete le stesse parole in continuazione ed è pura invocazione. Penso alla mia storia, a quello che mi ha dato e in fondo mi racconto della fortuna che ho avuto ad averla incontrata sulla mia strada, perché sono comunque una persona migliore (e poi, io non l’ho mai vista come una storia di giovani ragazzi ancora un po’ troppo giovani).

E’ il momento giusto per Going Under con la voce di Fish, esponenziale, un maestro, tra l’altro, nel raccontare storie di ordinari abbandoni, tocca livelli che non raggiungerà mai più, un misto di commozione e rimpianto e poi le parole non bastano.

Just for the Record, un passaggio poco tracciante, anche dimenticabile, apre la sequenza dell’album per me meno accattivante (anche se devo riconoscerlo, in questo brano, si sente uno dei pochi assoli dissonanti di MK in tutta la storia dei Marillion, quasi alla Martin Orford, per intendersi).

White Russian e Incommunicado le ho sempre sentite come un po’ estranee all’atmosfera dell’album, un po’ legnose e non fluide, forse anche scontate (certo dal vivo facevano tutt’altra impressione). Che la mia storia così non avrebbe potuto continuare, lo sapevo, ma non avevo il coraggio di ammetterlo, neanche a me stesso.

Immaginavo, con un triplo salto mortale, che fosse questo quello che mi voleva dire Fish in Torch Song. Burn a little brighter now…In ogni caso quella raccomandazione non riusciva a farmi prendere una decisione, perché in fondo sentivo che ancora una volta avrei fatto ricorso alla mia capacità di adattamento, l’unico vero talento del quale avvertivo chiara in me la percezione.

Pensieri improvvisamente spazzati via da un’imperiosa intro (Slainte Mhath), per questo utilizzata in apertura degli show dal vivo, un pezzo dalla crescente tensione fornita dal ritmo incalzante della chitarra di SR, e mai in calo nonostante le frequenti aperture sonore.

Con Sugar Mice però siamo di nuovo in mezzo alle sabbie mobili. Loro volevano farci sentire qualcosa di veramente struggente e non fanno niente per nascondercelo. Fish condisce il tutto con un testo che parla (ovviamente) di lontananze e di sensi di colpa (vedi sopra). SR spiega la sua chitarra a favore di vento, e ci lascia senza fiato al termine di un ennesimo assolo in forma di racconto, innescando immagini e ricordi in un infinito tempo presente. Un pezzo “anche troppo”, ma che si intuisce essere stato scritto nella generale sensazione che qualcosa stava veramente finendo.

Meno male che il finale classic rock di Clutching at Straws riporta tutto su dimensioni più ottimistiche. Bene, siamo arrivati qui, tutto sta succedendo ora ma nulla potrà impedire che comunque qualcosa di nuovo accadrà. E tu non devi farti trovare impreparato, basta soffrire, la vita ti passa sopra e devi far sentire la tua voce. Ero molto giovane, ancora non avevo davvero iniziato a vivere, non conoscevo (come non conosco ora) il senso di molte cose, e la prospettiva non poteva che essere del tutto particolare. Ma intuivo che quel finale di album era lì a dirmi proprio questo.

Andare avanti, passo dopo passo, proprio come quel ritmo incalzante che qualcuno aveva deciso di piazzare lì, alla fine, come un saluto e come a preannunciare la strada che sarebbe stata percorsa (si sente benissimo che questo pezzo è integralmente nelle corde di Fish). Un album, una storia, un pezzo della mia vita. Ecco perché, qualche tempo dopo, non mi sembrò affatto strano che Fish avesse deciso di lasciare i Marillion. La vita, anche a me, avrebbe saputo regalare comunque altre sorprese ed altri incontri…

Silvano Imbriaci

Maggio 2016

 

FISH voice

PT (Pete Trewavas) bass guitar

SR (Steve Rothery) electric guitar

IM (Ian Mosley) drums

MK (Mark Kelly) keyboards

 

  1. Hotel Hobbies 3.35

2.Warm Wet Circles – 4:25

3.That Time Of The Night (The Short Straw) – 6:00

4.Going Under – 2:47 (non su LP)

5.Just For The Record – 3:09

6.White Russian – 6:27

7.Incommunicado – 5:16

8.Torch Song – 4:05

9.Slainte Mhath – 4:44

10.Sugar Mice – 5:46

11.The Last Straw – 5:58

 

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commenti
  1. Roberto ha detto:

    Sugar mice la mia preferita

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