frontPoco meno di quattro anni fa l’uscita dell’ottimo Dead End Kings, quindi l’abbandono dalla band di Daniel Liljekvist Per Eriksson, un live dato alle stampe (Sanctitude) oltre ad un’intensa attività di collaborazioni da parte di Jonas Renkse. Così, a grandi linee, si è consumato l’arco di tempo che ha preceduto la pubblicazione di The Fall of Hearts, decimo album dei Katatonia in uscita per Peaceville Records. 

Daniel Moilanen (batteria) e Roger Öjersson (chitarra solista,voce e membro dei Tiamat) sono i nuovi ingressi nella band svedese e devo dire che l’inserimento, da un punto di vista tecnico, pare felicemente riuscito. Il sound ha mantenuto le caratteristiche ben note, in grado quindi di spaziare tra scenari intimi e malinconici ed altri più rocciosi.Si ripropone così il consueto paragone con gli Opeth, un parallelo che personalmente trovo calzante solo in alcune occasioni, tra cui questa; ritengo giusto sottolineare che i Katatonia hanno sviluppato da anni un loro sound, meno appuntito degli Opeth più aggressivi del tempo che fu e. se mai, in questo modo assimilabile solo a certe produzioni di Åkerfeldt e soci.

Ciò premesso, come dicevo poco sopra, The Fall of Hearts si inserisce nel filone dei precedenti lavori della band, evidenziando però alcune differenze. La voce di Renkse, particolare ed inconfondibile, continua a rimanere un pilastro insostituibile per il sound del quintetto così come il lavoro di tessitura tra chitarra e tastiere svolto dal fido Anders Nyström; loro credo siano i due elementi veramente imprescindibili, coloro i quali sono deputati alla creazione del sound della formazione svedese.

Ad un primo contatto qualcosa pare mancare; non si tratta certo di un disco molto immediato, non ci sono quei tre-quattro brani guida, travolgenti, in grado di catturare ed emozionare al primo colpo. Per contro è un lavoro piuttosto lungo, in cui il mood depressivo-introspettivo-meditativo mantiene a lungo la barra della navigazione, eccettuata qualche robusta spinta propulsiva che emerge a sprazzi. Un disco caratterizzato forse da intenzioni più “riflessive” ed intime che in passato, o piuttosto, specchio di una maturità umana e musicale raggiunta dai musicisti.

Mixate dall’ubiquo Jens Bogren, le dodici tracce contenute nel disco rimandano come in un gioco di specchi diverse immagini della band, alcune delle quali forse meno usuali di un tempo.

Takeover lancia l’album come meglio non potrebbe, un brillante ritratto del sound malinconico e abrasivo allo stesso momento che negli anni è divenuto uno dei tratti salienti del gruppo. Il lavoro incessante della ritmica, le accelerazioni delle due chitarre ed il tappeto di sottofondo delle keyboards hanno la capacità di elevare al massimo la drammaticità della voce di Renkse, una vera ed insostituibile presenza.

Ancora elettricità nell’aria con Serein, un passaggio di buon tiro ma abbastanza neutro e non proprio entusiasmante nella linea melodica: le cose invece tornano a funzionare meglio con Old Heart Falls, una ballad intensa che poggia sul consueto alternarsi di chiaro-scuri messo in atto sapientemente dalla band.

Una chitarra acustica e sonorità malinconiche accompagnano la voce del singer per l’avvio di Decima, un altro episodio innervato di grande intensità e profondità. Tuoni e fulmini tornano a punteggiare il cielo Katatonia con la potente partenza di Sanction, brano che mette in luce come pochi altri i due volti del gruppo, in grado di fare coesistere con naturalezza frazioni spigolose e ruvide ed altre di rara dolcezza.

L’atmosfera si fa ancora più densa con Residual, uno dei passaggi più evocativi in cui riconoscere l’anima musicale che proviene dal grande nord; silenzi, oscurità, solitudine, malinconia…tutto viene amplificato e diviene così immenso.

Un nuovo strappo ruvido ed articolato in cui basso e batteria imprimono inizialmente una notevole spinta per poi invece lasciare spazio, ad intermittenza, a scenari più blandi (Serac), note di piano ad aprire la serrata Last Song Before the Fade, così come è sempre il piano ad introdurre la morbida ed emozionante Shifts.

Le pelli di Daniel Moilanen in bella evidenza per l’oscura ed aggressiva The Night Subscriber, una traccia che man mano acquista pathos ed ampiezza. Il dolce sapore di un arpeggio dell’acustica ad inaugurare Pale Flag, una ballad dalla grande forza evocativa, romantica e triste (…You vanish over the skies – I am forsaken – Beneath the ground I lie). Un inciso di fuoco della chitarra di Roger Öjersson introduce invece la conclusiva Passer, un gran finale che si riallaccia in qualche modo a Takeover, restituendo i Katatonia più dinamici e battaglieri.

Al primo impatto con The Fall Of Hearts confesso di essere rimasto leggermente perplesso, poi, proseguendo con gli ascolti, ho potuto invece apprezzare la qualità del nuovo lavoro degli svedesi. Un album che si svela pian piano, gradualmente, capace di crescere notevolmente; un pizzico di sintesi in più e sarebbe stata la quadratura del cerchio.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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