frontForti del successo ottenuto con i due capitoli intitolati English Electric, i Big Big Train tornano in prima linea con il nuovo lavoro, Folklore, nono della serie. Siamo ormai davanti ad una delle migliori espressioni dell’attuale scena progressive inglese, gli echi di stampo genesisiano permangono ma mitigati e abbondantemente filtrati perché la band da qualche anno ha portato a compimento la propria maturazione, sfoggiando un proprio stile ed una propria inclinazione che, se è decollata da un momento storico ed un gruppo di riferimento, ha saputo poi trovare uno sviluppo piuttosto personale.

Il nuovo disco non manca di mettere in luce il gusto per la contaminazione tra elementi prog e folk, sposando sonorità moderne ad altre d’annata ma cercando sempre di rendere attuale la proposta. Non è la prima volta che insisto su questi aspetti e non sarà neanche l’ultima, il progressive a mio avviso deve tentare continuamente di rigenerarsi. E’ciò che a loro modo stanno facendo da qualche anno David Longdon e compagni e al proposito vorrei spendere qualche parola proprio sul front man del gruppo: una voce divenuta un marchio di fabbrica, la capacità di disimpegnarsi su più strumenti ed un alone carismatico che non tutti possiedono.

Folklore è un album a rilascio lento, non è dotato a mio parere di episodi che presi singolarmente riescano a svettare nettamente sugli altri e cresce man mano. La sua forza è l’insieme, la notevole mole di musica di cui è composto (68 minuti) ha bisogno di un tempo adeguato per dispiegarsi ed arrivare al bersaglio; tra le nove tracce comprese, per intendersi, forse non c’è una Curator of Butterflies oppure una Winchester From St Giles’ Hill, in poche parole non c’è quel brano capace di stregare perdutamente al primo ascolto.

C’è invece la solidità di un impenetrabile pacchetto di mischia, una serie di brani estremamente coesi e british nella loro “intenzione” che si muovono in sincrono, ognuno in grado di portare il proprio contributo. Le trame offerte dal gruppo inglese ondeggiano così tra ricordi sonori ed intuizioni più fresche, tra momenti epici ed altri favolistici ma, comunque, sempre con la giusta intensità e con una compattezza invidiabile.

Greg Spawton David Longdon si sono suddivisi i compiti di scrittura e composizione, affidando l’arrangiamento degli archi a Rachel Hall, entrata ufficialmente a fare parte della famiglia BBT come il cantante e chitarrista svedese Rikard Sjöblomvoce dei Beardfish e già presente in Wassail, EP pubblicato lo scorso anno.

Sono proprio un quartetto d’archi e i fiati ad aprire la title track, un conglomerato di ritmo, accenti folk, segmenti importanti di tastiere, frustate della chitarra di David Gregory; una girandola sonora incredibile nella quale si muove a suo agio il timbro di Longdon (autore del pezzo e qui al flauto), non troppo distante da reminiscenze gabrieliane.

Flauto, chitarra acustica ed un canto malinconico introducono l’ottima London Plane, firmata da Greg Spawton. Atmosfera avvolgente, dai toni morbidi, punteggiata da aperture ed impennate della melodia nella quale violino e chitarra disegnano sottili ricami. Giunge quindi una seconda fase molto più movimentata, segnata da un crescendo corale e molti cambi di ritmo da parte di Nick D’Virgilio.

Along the Ridgeway avanza sinuosa tra il suono degli ottoni, una ballad in cui si evidenziano buoni impasti vocali ed un ritmo in grado di salire progressivamente, senza scossoni. Questo credo sia il terreno sul quale i Big Big Train si muovono con più naturalezza e maestria.

Un breve episodio di buon impatto anche se più prevedibile, forse l’unico (Salisbury Giant) precede un pezzo molto evocativo, ancora una volta presentato dal connubio tra ottoni e archi. The Transit of Venus Across the Sun vive una breve anteprima strumentale, utile a preparare l’ingresso della voce ispirata di Longdon; un altro passaggio carico di enfasi che culmina in un epilogo vibrante.

A seguire il ripescaggio di Wassail, la title track dell’ EP uscito nel 2015, forte di un buon approccio emotivo e di una spinta non distante da Peter Gabriel. Echi del prog-folk caro pure ai Jethro Tull nella successiva Winkie, attraversata da spruzzate di ritmo impresso dal drumming di D’Virgilio ed in cui è netto e percepibile il lavoro delle tastiere (Danny Manners).

Violino ed un ritmo crescente per Brooklands, altro episodio robusto (poco meno di 13 minuti) nel quale la band scorre a meraviglia il proprio catalogo di soluzioni musicali, tra arrangiamenti raffinati, ottime sonorità ed una presenza vocale davvero importante. Un segmento centrale strumentale, quasi in territorio fusion, conferisce ulteriore movimento al brano che sfuma poi nella reprise del tema iniziale.

Con un drumming rotondo e regolare si fa avanti Telling the Bees, una incursione in un prog-pop melodico e romantico che suggella e conclude questo disco.

Questo è quanto…non mi rimane molto da aggiungere. Folklore è un titolo da non perdere per chi ama sonorità prog classiche intrecciate ad altre più odierne, David Longdon si conferma un ottimo cantante e i Big Big Train tra i migliori interpreti del panorama contemporaneo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. Alessandro scrive:

    La miglior band di neo-prog-melodic-folk-prog rock (definitela come meglio vi pare) attualmente, autrice senza timore di smentita di alcune delle più interessanti release degli ultimi anni (Underfall yard, i due English Electric e il qui presente Folklore). Mai sopra i toni, mai ridondanti, tanta sostanza e qualità in ogni dettaglio. Musica, poesia, storia, tutto in una manciata di brani. Ringrazio ancora il giorno in cui li conobbi grazie al grande NDV.
    Consigliatissimo (così come tutti i loro album)!

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