frontCi sono voluti ben otto anni, trascorsi tra dubbi e smentite, voci contrastanti e falsi allarmi…poi, con un annuncio dello scorso gennaio, il talentuoso ed inquieto Jem Godfrey ha ripreso saldamente in mano il timone della navicella ed oggi dunque i Frost* propongono il terzo capitolo della loro discografia (ormai di culto) intitolato Falling Satellites e pubblicato per Inside Out.

Il solo John Mitchell, chitarrista di Arena It Bites, è rimasto col tastierista e compositore rispetto alla formazione che si esibiva al tempo di Experiments In Mass Appeal. Oggi infatti troviamo alla batteria il buon Craig Blundell (con Steven Wilson e prima con i Pendragon) ed al basso Nathan King (XTC).

Line up rinnovata dunque ed idee in fermento come era lecito attendersi: il lavoro di scrittura della coppia GodfreyMitchell, dico subito, è  infatti all’altezza delle aspettative, pirotecnico e variato come in passato e forse più. Le incursioni di Godfrey tra elettronica, pop, brit wave ed heavy prog, l’ottima accoppiata ritmica nuova di zecca e pronta a garantire una spinta possente ma non invadente, la voce e la sei corde di John Mitchell…sono tutti elementi capaci di garantire fantasia e qualità al tempo stesso.

Etichettare quindi i Frost* come band neo prog è ora più che mai limitativo e non rende giustizia al caleidoscopio di sonorità messo in atto, il ventaglio di possibilità è in effetti molto ampio. Undici i brani in scaletta anche se in realtà gli ultimi sei vanno a formare una suite, pur se frazionata, di circa 32 minuti.

I fari che illuminano la scena, le menti compositive, restano quelle di Godfrey (tastiere, voce e Chapman Railboard) e John Mitchell (chitarre e voce) ma non solo…

Dopo una accattivante e breve intro (First Day) avviene la vera partenza con Numbers, un brano in cui la sezione ritmica viaggia con estrema regolarità a velocità sostenuta ricordandomi l’abbrivio di Synchronicity dei Police. La chitarra taglia a fette il pezzo, ora in odore crimsoniano ma è il ritmo la sua stella polare.

Cambiamento totale di scenario, a 360° ! Towerblock regala sei minuti di lucida follia, nei quali Godfrey si diverte a mescolare electronic, melodia e noise con estrema disinvoltura. Un pastiche imprevedibile ed incontenibile, destinato a sfociare in una seconda sezione tiratissima, guidata dalle tastiere prima e dalla chitarra poi.

Dapprima tribale, poi minimal, quindi alternando i mood e con un J.M. al canto a ricordare vagamente Peter Gabriel. Questa è Signs, destinata ad improvvise e larghe aperture, dei crescendo corali in grado di spaccare il pezzo sino ad un tiratissimo epilogo nel quale Blundell conferma di possedere un drumming davvero completo.

Forse il brano dotato di minore impatto, Lights Out è comunque un passaggio intriso di un pop raffinato e ben arrangiato, in cui è palpabile a mio vedere il contributo di Nathan King; gradevole l’interplay vocale tra Godfrey Tori Beaumont.

Con Heartstrings prende il via la suite di cui accennavo sopra. Suoni spigolosi in avvio, ritmo molto serrato, i due leader si dividono il compito al microfono con Mitchell saturo di quell’aura epica che sa emanare cantando. La seconda fase aumenta i giri di rotazione, diviene più heavy sino alla ripresa del tema iniziale, arricchito da una possente trama delle keyboards.

Al primo contatto spiazzante, Closer To The Sun in effetti prende forma come un pezzo trance, un’altra trovata (coraggiosa se vogliamo) di Jem Godfrey. Un break del piano ed una sciabolata della chitarra inaugurano un lungo step strumentale, interessante e vero cuore del brano.

Il vero strappo, aggressivo ed appuntito, si consuma con The Raging Against The Dying Of The Light Blues In 7/8, lungo momento heavy prog in cui nuovamente Craig Blundell mostra per intero il suo catalogo. Le sonorità si fanno più dure, ruvide, poi si susseguono alcuni stop and go che colorano ulteriormente una tavolozza già variopinta. L’ultima parte vede smorzarsi i toni, procedendo quindi verso l’epilogo.

Nice Day For It ne è inizialmente la prosecuzione ma sviluppa un percorso diverso, le tastiere (determinanti) ci riportano in un ambito più “classicamente” prog mentre basso e batteria continuano a martellare varianti una dopo l’altra. Per 3/4 strumentale, splendida composizione.

La brevissima e strumentale Hypoventilate seguita dalla morbida Last Day (voce e piano), sono il canto del cigno dell’album.

Otto anni sono molti, talvolta troppi, tante le insidie ed i dubbi dietro l’angolo. Quando però si dispone delle idee e delle intuizioni che hanno i Frost* la sfida può diventare fattibile e così è stato, Falling Satellites è un disco validissimo che dimostra come la classe e l’inventiva (oltre che la tecnica) siano ancora in grado di stupire.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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