frontGiugno 2016 vede materializzarsi il quarto appuntamento discografico con i norvegesi AirbagDisconnected è il titolo dell’ultima fatica del quartetto, pubblicato per Karisma Records e deputato a riprendere le fila del discorso rimasto in sospeso tre anni fa con The Greatest Show on Earth.

Proprio da li voglio ripartire perché in quella occasione, tra le righe, avevo accennato a come pur trattandosi di un ottimo disco, si cominciasse a manifestare l’esigenza di introdurre qualche timido accenno di novità nel sound della band di Oslo; l’anno dopo, l’uscita dell’album solista di Bjørn Riis, non aveva fatto altro che confermare quanto di positivo era già noto ma anche l’urgenza di variare qualcosa per non rimanere impantanati in uno schema fisso.A margine di tutto questo sottolineo che sono da sempre un grandissimo estimatore dei Pink Floyd e, pertanto, ritrovare nei Airbag parte del loro mood mi ha sempre riempito di gioia; guardando in prospettiva però, ribadisco, il rischio di auto citarsi diventa sempre più concreto se non si apporta qualche correttivo.

Ecco che così Disconnected diviene un disco per certi versi “scottante” per il sottoscritto: avranno giocato qualche carta a sorpresa oppure avranno preferito mantenere la (pur gradevolissima) linea di galleggiamento ? Con questo dubbio mi sono accinto ai primi ascolti…

La struttura dell’album ricalca quella precedente, sei i brani in scaletta ed in questo caso uno soltanto si dilata sino a 13 minuti, una cinquantina la durata complessiva come di consueto. Questo ad un primo contatto, una visione d’insieme e piuttosto periferica che anticipa comunque quelli che sono i contenuti: gli Airbag infatti hanno confezionato un disco assolutamente in linea con le loro tendenze, piacevole ed a tratti molto coinvolgente ma non vi sono tracce di fattori nuovi o, comunque alternativi, nel songwriting già conosciuto.

Una ricerca introspettiva nel rapporto tra la società ed il singolo individuo, tra pressioni ed attese, tra turbamenti e delusioni, è alla base del nuovo viaggio in musica dei Airbag. Tocca a Killer aprire le danze con buon ritmo, suoni programmati e sciabolate della chitarra, al solito protagonista indiscussa. La voce ormai inconfondibile di Asle Tostrup si libera evocativa ed aerea sulle larghe tessiture della band, capaci di un velo malinconico pur in presenza di un ritmo pulsante. Non tarda ad arrivare il primo consistente inserto della sei corde di Bjørn Riis, qui dapprima distorta e carica di effetti ed in seguito più aderente allo stile usuale; questa è probabilmente la traccia più abrasiva del lotto.

Il versante più sognante del sound emerge prepotentemente con Broken, un passaggio ad alto tasso emozionale nel quale i norvegesi sono ormai maestri. Note e accordi sembrano volare impalpabili, come in assenza di peso, fasi sospese preludono a crescendo da brividi, ascese repentine guidate per lo più da chitarra e tastiere sono in grado di trasportare in un’altra realtà.

Suoni provenienti dallo spazio anticipano l’avvio di Slave, una lenta ballad fatta di suoni a cascata, permeata da un moto inesorabile che progressivamente aumenta grazie al lavoro delle tastiere (Jørgen Grüner-Hagen) e della ritmica, sino a trovare compimento nel segmento conclusivo improntato sulla Fender di Bjørn Riis.

Sleepwalker unisce sonorità acustiche ed elettriche, costruendo una fitta trama squarciata poi da improvvise aperture e protesa, nuovamente, verso un mood estatico e romantico. Il gruppo insiste su questo punto, tra note di piano-tappeti del synth-lampi di una chitarra al solito “gilmourish”, il vero punto di forza ed elemento distintivo del sound.

La lunga title track esprime, forse meglio di altre, il senso di inadeguatezza e/o di ansia che spesso può comportare oggi la quotidianità. Una breve intro strumentale dal ritmo ipnotico vive quasi subito una prima fiammata per poi ripiegare su sé stessa; l’altalena si ripete sino ad un break di piano e keyboards, delicato. La chitarra si impadronisce della scena, il ritmo prende a salire ed i colori si accendono fino ad una nuova pausa; l’atmosfera torna a farsi così sospesa, interlocutoria, per lasciare l’epilogo interamente a chitarra e keyboards.

Tempo di chiudere, ci pensa uno degli episodi più suggestivi, Returned. Una ballad non particolarmente articolata ma capace di arrivare al cuore con estrema semplicità, tra arpeggi e riverberi, una efficace orchestrazione ed un senso di crescente soddisfazione all’ascolto.

Più che mai le singole e personali sensibilità di ogni appassionato divengono fondamentali nella valutazione di Disconnected. Per parte mia, ripeto, sono estremamente combattuto tra l’istintivo ed avvolgente abbraccio verso alcune sonorità cui sento appartenere da sempre (l’ascoltatore) e la spiacevole constatazione che la band sta purtroppo replicando un modello, col rischio di incagliarsi (il commentatore).

Album musicalmente di qualità che mi auguro però preluda ad una opportuna evoluzione.

Max

 

commenti
  1. Riccardo scrive:

    Concordo pienamente con il recensore. Aggiungerei: anche questa volta la dinamica è stata eccessivamente compressa, rendendo il disco molto piatto e privo di piglio.

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