IQ – Ever 1993

Pubblicato: giugno 11, 2016 in Recensioni Vintage
Tag:, , , , , , , , ,

IQ-Ever-FrontalForse le coincidenze non hanno spiegazioni, forse nemmeno esistono, ma quando un album aderisce in pieno e completamente ad una fase della tua vita qualcosa ti viene da pensare. Vicino al trentesimo anno ma ancora dentro fino al collo ai miei vent’anni, stavo vivendo un inatteso periodo di continue spinte emotive, di tensioni e scoperte inattese, di rapporti bruciati e ricostruiti da un giorno all’altro, di nottate perdute dietro un sogno e nessuna aspettativa di lungo periodo. Questo disco per me è un po’ così. E’un impasto di tutte queste cose, è un continuo andare avanti, giorno dopo giorno, con nuove sensazioni e cambi di ritmo improvvisi, due o tre cose da fare ogni sera e il tempo davvero dilatato, mille occasioni, nessuna rinuncia. Ogni giorno pieno di troppi stimoli, di troppe idee, di troppa vita e incredibilmente denso.

L’inizio di Ever (The Darkest Hour) è questo: il trascinamento brusco e repentino in un vortice da cui è difficile scappare, dove sembra impossibile trovare un’uscita, un punto di riferimento, fino ad una delle tipiche aperture sonore IQ, che sembrano preludere ad un ritmo sostenuto ma costante. Tutto però si risolve di nuovo in mille toni di tensione, sottolineati dai vorticosi rullare del drumming quasi fastidioso di PC e dalle cadenze ritmiche affidate alle tastiere di MO. Questo incedere, questo trascinare le sequenze in modo così rapido era il modo di affrontare la mia vita in quei giorni. Un buon lavoro, nessuna preoccupazione economica, una splendente energia e i giorni dell’abbandono ormai destinati a diventare nostalgia e ricordo, ma senza dolore, scacciati da nuovi orizzonti ed eventi tutto sommato inspiegabili che si presentavano alla porta ogni sera, rendendo per me quasi miracoloso il succedersi delle esperienze che stavo vivendo.

Forse è solo una questione anagrafica, un’esplosione di energia che attendeva solo di essere sprigionata dopo anni di tensioni nervose e muscolari. Ma quel periodo riusciva a spingermi fino all’estremo, là dove profonde malinconie e assenze coesistevano con euforie ciclopiche, di quelle che ti porti dietro fino alla mattina dopo. E intanto la musica continua il suo andamento ondivago, fino a chiudersi in una dolcissima interpretazione vocale di PN, come al solito toccante per la sua capacità vera di interpretare i suoni della meravigliosa band che si portava dietro.

Fading Senses non ha bisogno di presentazioni. E’una delle composizioni più riuscite del gruppo, un misto di citazioni e interpretazioni originalissime di un universo a cui tutti noi che amiamo questo mondo sentiamo di appartenere, chi più chi meno, dove si affacciano anche i Beatles più romantici, oltre che i Genesis di antica memoria, ma dove trovano spazio anche le nuove sonorità del prog anni 90 che in mano ai nostri assumono una dignità non raggiunta neanche da più celebrati coetanei. Tutto è miscelato da un incedere sontuoso, cui si appoggia la fenomenale chitarra di MH, che inizia un dialogo fertilissimo con MO e le sue variazioni ed elegantissime sonorità. La base ritmica è puntuale e assume subito il ruolo di indispensabile zavorra per non perdersi troppo nelle eteree combinazioni dei due, che, scomparsa la voce di PN, continuano a rimandarsi scenari e sensazioni sempre nuove e diverse, lasciandosi a turno la scena quasi a dimostrare i limiti della propria classe (infinita). E’ la colonna sonora ideale di viaggi in auto senza mete precise, dove quello che conta è andare, e dove la fatica non sembra appartenerti.

All’epoca, insieme ad un caro amico di quei tempi, andavamo ad inseguire concerti un po’ dappertutto e gli IQ a Cusano Milanino in quell’anno (Welcome back Mr PN tour) non potevo davvero perdermeli, anche se mi ero operato al ginocchio da pochi giorni. Non fa nulla, lui disse, guido io e tu ti metti dietro. Arrivammo in largo anticipo e non so se fu per la pioggia o per la mia vistosissima imbracatura nella gamba destra che la fila in attesa si aprì e addirittura fummo fatti entrare prima dell’apertura, durante il sound check; è così che posso raccontare, oggi, di aver avuto la fortuna di sentire gli IQ in una anonima discoteca, seduto su un divanetto rosso, suonare senza pubblico, anche solo per provare, con l’opportunità poi di scambiare due parole con MH e PN che, passando di lì, con la birretta d’ordinanza in mano, si erano forse un po’ meravigliati di questo strano individuo che, in quelle condizioni, avrebbe fatto di sicuro meglio a starsene a casa…

Ripensare a tutto questo mentre l’autostrada deserta taglia la pianura, attraverso la pioggia, e parlare e ridere quasi ormai senza voce, alla ricerca di un altro caffè. Dal nulla Out of Nowhere, con il compito di scaldare i motori per la seconda bellissima parte dell’album. Continuavo a chiedermi che cosa fosse questa attrazione per questa musica, in fondo all’apparenza abbastanza “prevedibile”. Non so, non l’ho ancora capito (per fortuna). Ma è un misto di tante cose, l’energia prima di tutto, sprigionata a piene mani anche nei momenti di pura dolcezza e la capacità di variare all’interno di uno stesso pezzo le soluzioni ritmiche e melodiche, creando dei sentieri da percorrere, ora più stretti, ora più larghi e tranquilli, ma senza la possibilità di tornare indietro. E, nel momento in cui il sentiero ti pare quello consueto, improvvisamente scoprire sensazioni nuove.

Further Away è davvero così. Ci fu una persona a me molto cara che in quel periodo così movimentato iniziò ad apprezzare questa musica, dal nulla (non sapeva cosa fosse il progressive rock), e questo album finiva spesso per essere una specie di colonna sonora dei nostri momenti migliori. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, capita di accennare a quel periodo e parlando sembra quasi di sentire di nuovo quell’incedere di sottofondo, che in certi momenti ci costringeva a fermare qualsiasi discussione per poter meglio apprezzare quel particolare passaggio o come i registri all’interno di uno stesso brano cambiassero in modo così sfrontato. A metà del brano, quando iniziano gli ultimi sette minuti, le voci cessano per ascoltare una combinazione di assoli pazzesca, in un continuo gioco di rimando tra MO e MH, con tastiere dissonanti che sembrano chiudere un discorso e invece ne aprono un altro, di pari intensità. Una piccola pausa, a tratteggiare un paesaggio quasi bucolico, ma solo temporanea, e capace di creare quella situazione di attesa che solo gli IQ riescono a dare in modo così prolungato, quando la tensione si libera in un assolo di MH e di nuovo in una interpretazione drammatica e sofferente di PN che ci porta fino alla fine.

Sulla stessa tonalità si apre Leap of Faith. Si parte piano, si gioca sul livello emotivo e immancabilmente il libro si apre a quelle pagine. Ed era bellissimo dopo i primi tre minuti, rituffarsi in quei suoni, in quel dialogo stavolta serratissimo tra chitarra e tastiere, con  manciate di idee sparse a profusione, senza alcuna avarizia (con la densità ed intensità di questo disco ne sarebbero potuti uscire almeno altri tre). Ma non importa. Non mi facevo troppe domande. Continuavo a pensare che quella musica era lì per farmi stare bene, e questo è bastato ad impressionare nella mia mente quello stato d’animo, quelle situazioni e quei momenti per sempre.

L’album, come in un leggerissimo piano inclinato scende giù (Came Down), verso una deriva sempre più malinconica e di commiato, come se qualcosa fosse scritto in quel modo immutabile e senza possibilità di deviazione. Ma il tutto si copre di una dolcezza infinita, e rende chiaramente la sensazione di aver fatto le cose giuste, di aver vissuto per una cosa che meritava il tuo impegno e la tua pazienza, di avere la coscienza a posto. Si può ringraziare la musica di tutto questo? Credo di sì, anche se a lei forse, in fondo, non interessa più di tanto.

Silvano Imbriaci

Giugno 2016

 

1 The Darkest Hour – 10:52

2 Fading Senses – 6:36

3 Out of Nowhere – 5:10

4 Further Away – 14:30

5 Leap of Faith – 7:22

6 Came Down – 5:57

 

Peter Nicholls– lead and backing vocals

Martin Orford– keyboards, flute and backing vocals

Mike Holmes– guitars

John Jowitt – bass and backing vocals

Paul Cook – drums

commenti
  1. Ravagnan Giovanni scrive:

    confermo tutte le tue bellissime parole, emozioni e’ dir poco ascoltando Ever…ciao

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...