frontPoco meno di tre anni sono trascorsi dal più che confortante ritorno in pista dei Fates WarningDarkness In a Different Light. La label Inside Out pubblica in questi giorni il nuovo e dodicesimo lavoro firmato dalla prog metal band del Connecticut capeggiata dall’inossidabile Jim Matheos.

Theories of Flight, questo il titolo, segue come detto un album che ci aveva riconsegnato un gruppo davvero in buona forma, capace di metabolizzare al meglio la perdita di un ottimo batterista (Mark Zonder) avvicendandolo col sorprendente Bobby Jarzombek ed ancora propositivo nel songwriting come pure nella ricerca di soluzioni che non fossero sempre e solo quelle conosciute.Va da sé dunque che la curiosità intorno al nuovo disco non sia poca, disco che tra l’altro vede nuovamente la formazione ridotta in pratica a quattro elementi, in quanto trova solo marginalmente coinvolto il chitarrista Frank Aresti. La scaletta prevede otto brani, due dei quali dilatati sino a una decina di minuti; i rimanenti sono pezzi di durata media o medio/breve ed ancora una volta ho così potuto apprezzare l’innato senso di sintesi della band americana.

Testi e musica a cura di Ray Alder Jim Matheos, produzione dello stesso chitarrista e l’esperta regia al mixer di Jens Bogren: questo l’asse centrale, la trave portante su cui il gruppo ha costruito la nuova fatica che, rispetto alla precedente, sfronda buona parte degli innesti sonori di tipo OSI per riprendere un discorso tipicamente FW.

Apertura affidata a From the Rooftops, pezzo che inaugura felicemente l’album tra buone sonorità ed un accessibilità forse più istantanea che in passato, senza che questo vada però a scapito della sostanza. Frasi più morbide preparano il terreno ad un segmento durissimo, vorticoso, in cui i riff di chitarra si fanno pesanti ed il drumming di Jarzombek un mulinare inarrestabile. La sezione conclusiva ospita una solitaria cavalcata della chitarra prima della ripresa del tema.

Seven Stars, dall’incedere prepotente, conferma che se Ray Alder ha dovuto giocoforza nel tempo abbassare la tonalità, questo non gli impedisce di imprimere ancora una marcia in più pure dove il compito si fa più arduo. Ritmica forsennata che scolorisce poi in un ritmo appena più contenuto, una linea melodica insolitamente catchy per un brano che “gira” molto bene pur mancando di un granello di originalità. Matheos si ritaglia uno spazio importante nella seconda parte, precedendo il refrain.

Aumenta il voltaggio, il sound acquista aggressività con SOS, un passaggio però non esattamente indimenticabile in cui nonostante le buone intenzioni difetta in larga misura l’inventiva. Il solo break centrale, sicuramente più elaborato e pensato, riesce a risollevare le sorti di un pezzo altrimenti prevedibile.

E’ quindi la volta di uno dei momenti più corposi, The Light and Shade of Things. L’atmosfera vira su una traiettoria più densa, intima, grazie a ricami della chitarra, un drumming ovattato ed alla voce del cantante; uno scatto repentino ci riconsegna un Alder di nuovo molto..alto in una lunga fase movimentata. L’epilogo recupera sensazioni evocative.

Ancora un brano in stile “primitivo”. White Flag riallaccia il discorso col passato, con un prog metal incisivo e di attacco ma anche abbastanza basico. Ritmo alle stelle, chitarre come spade, mood che spazia tra segmenti dark ed altri illuminati da solo al fulmicotone; apprezzabile sicuramente ma forse un poco datato e completato da un testo non irresistibile.

Decisamente più a fuoco il pezzo a seguire, Like Stars Our Eyes Have Seen. La coppia Joey Vera/Bobby Jarzombek si conferma in questo caso granitica, una melodia centrata e alcune variazioni di rilievo ne fanno a mio parere una delle tracce da segnalare.

The Ghosts of Home riporta i Fates Warning su distanze impegnative con i suoi 10 minuti abbondanti. La trama musicale si dispiega potente dopo una lunga introduzione, poggiando un un fitto intreccio tra le chitarre, numerosi cambi di ritmo e stop and go. Un corposo passaggio, composito e ben congegnato, nel tipico stile della band.

Breve ma intensa, la title track strumentale completa la scaletta tra arpeggi malinconici e volitive accelerazioni ritmiche, un episodio (questo sì a mio parere) che rimanda al Matheos dei OSI.

Un buon disco, a mio avviso un passo in una direzione diversa rispetto alla precedente uscita. Theories of Flight infatti rinuncia a qualche interessante ibridazione preferendo riprendere il filo con il passato in modo più diretto, immediato. Al solito entrano in gioco i gusti personali, per parte mia posso dire di averlo apprezzato, un album solido cui forse manca un pizzico di coraggio.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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