frontSteve Vantsis, bassista e membro cardine della band che da anni accompagna Fish si è messo d’impegno, riflettendo sul futuro per vedere di gettare le basi di qualcosa di nuovo. Richiamato all’appello il vecchio compagno Dave Stewart (batteria), ha lentamente cominciato a comporre brani, completandoli man mano arruolando Paul Humphreys (chitarra) Paul Dourley (voce).

Da cosa nasce cosa e, come spesso accade, si sono aggregati altri compagni di viaggio, seppur con diversi o più limitati. Innanzitutto il sodale Robin Boult (chitarra) e poi l’immancabile John Mitchell che ha contribuito con un solo dei suoi e la direzione al mixer. Ed ancora, John Beck dei It Bites (piano, organo) John Wesley (chitarra).Uno schieramento profondamente british ha dunque inciso Hinterland, titolo della prima fatica di una band che ha scelto come denominazione Tilt. Nell’ora di musica che compone l’album, tra le otto tracce in scaletta non si trovano particolari colpi di scena o passaggi inaspettati, sorprendenti, ma si riscontra una sorta di mélange tra quelle che sono alcune delle direttrici principali del progressive di matrice inglese.

Si percepisce la mano di John Mitchell in cabina di regia, non ci sono eccessivi richiami al suono più tipico di Fish, non manca peraltro una strizzata d’occhio al new prog più vicino ad alcuni momenti dei Porcupine Tree e sono presenti alcuni episodi “tagliati” su di un prog frammisto ad echi A.O.R.

Quel che è certo che Steve Vantsis ed i suoi Tilt hanno voluto proporre qualcosa di meno prevedibile e dunque alternativo al copione che probabilmente ci si poteva attendere anche perché, va sottolineato, il timbro di Paul Dourley è piuttosto lontano da quello del pesciolone.

Assembly, apertura del disco, consegna un’ambientazione soft, aerea, tra suoni caldi e programmati, nella quale è possibile apprezzare da subito le peculiarità e le doti vocali del cantante. Un riff della chitarra dello stesso Vantsis introduce una seconda sezione più animata e vivace, chiusa da un adeguato epilogo strumentale.

Heavy prog con la title track che vede l’ingresso di Boult (decisivo) e di John Beck. Ritmo serrato, linea melodica catchy corroborata da buone backing vocals anche se non proprio irresistibile, un esempio di quelle incursioni a lambire l’A.O.R. di cui dicevo sopra.

Una ballad pregnante e malinconica in cui Robin Boult si disimpegna all’acustica, mette in evidenza le qualità di interprete del singer; un bridge interessante conduce poi il brano alla conclusione e c’è da rilevare come talvolta possano risultare efficaci anche partiture non particolarmente strutturate ma in grado di “arrivare” emotivamente.

Al contrario, non sono troppi i brividi regalati da No Superman che registra in aggiunta la chitarra di John Wesley. Il pezzo gira rotondo, segnato da buone accelerazioni e da una discreta dose di appeal ma al tirare delle somme risulta un pò prevedibile.

Growing Colder torna a collocarsi inizialmente in un mood più intimista, una ballad che acquista ampiezza nello svolgimento grazie al lavoro di Dourley. La band così opta per scelte sicure mancando però quel colpo d’ala che forse sarebbe stato determinante.

Un arpeggio dell’acustica, un’improvvisa increspatura del sound e prende il via Strontium Burning. Un buon equilibrio tra ritmo e melodia, suoni assemblati con naturalezza ed una trama che propone variazioni importanti nella seconda parte, ne fanno a mio avviso una traccia interessante.

Loops e suoni programmati avviano Bloodline. Sound più mordente ed una tessitura oscura che si dipana gradualmente sono il preludio al solo abrasivo e carico di John Mitchell.

L’ultimo squillo spetta a Disassembly, a mio modo di vedere la traccia migliore dell’album. E’ solo in questa occasione che si fanno percepire contemporaneamente rimandi a Fish ed ai Porcupine Tree, giocando su atmosfere completamente diverse dal resto dei brani. Il fulcro sta nel rimanere in bilico tra senso di oppressione, densità e intensità, governati da un Dourley qui ispiratissimo.

Nel complesso Hinterland è una discreta prova, non certo memorabile ma comunque beneaugurante in un’ottica futura. Approvo la scelta dei Tilt di cercare di distaccarsi, di distinguersi dal suono della “casa madre” perché troppo caratterizzato e riconducibile ad un front man difficilmente replicabile: l’esperimento è riuscito a sprazzi, talvolta meglio, altre meno ma credo comunque che vada la pena di insistere.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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