frontSicuramente debitori verso il sound di più di una band, dai Pain Of Salvation ai Fates Warning, dagli Opeth ai Katatonia passando per Anathema, spesso i Wolverine sono stati eccessivamente snobbati o, quanto meno, pesantemente sottovalutati.

Se è vero come detto che probabilmente non verranno ricordati come delle avanguardie, il gusto per la melodia, la capacità di creare atmosfere avvolgenti e malinconiche frammiste a segmenti più taglienti, la qualità di certe produzioni, restano tutte prerogative importanti che appartengono al bagaglio della band svedese.

Machina Viva, quinto e nuovo album in uscita stavolta per Sensory Records, rappresenta l’occasione giusta per riparlarne.

Pubblicato cinque anni dopo quello che sin qui forse è stato il loro lavoro più a fuoco (Communication Lost), Machina Viva presenta una line up in parte modificata in quanto il chitarrista Mikael Zell non è più della partita, rilevato da Jonas Jonsson. Detto questo il disco nelle intenzioni dei protagonisti si propone come la prosecuzione e lo sviluppo del precedente ed in effetti, durante l’ora piena di ascolto, ho avuto la conferma che definire il sound di Stefan Zell e soci come prog metal sia forse una valutazione riduttiva e superficiale.

Sono molteplici infatti gli input che attraversano questo album, piacevole anche perché di non semplice catalogazione e se, ribadisco, i Wolverine non dispongono di doti creative incommensurabili, hanno di contro una notevole capacità nel scegliere ed assemblare felicemente le migliori intuizioni che provengono dall’esterno.

Un perfetto esempio ne è l’introduttiva The Bedlam Overture, una traccia di una durata consistente (oltre 14 minuti) in cui all’istante vengono tratteggiate atmosfere tipiche dei gruppi scandinavi, alternate a squarci più abrasivi. La voce di Stefan Zell si pone come subito come un faro, una guida sicura cui intorno si distende una trama in lento e progressivo crescendo, infarcita di cambi di tempo e soluzioni diverse. Di buon spessore la fase centrale, strumentale, in cui a turno si mettono in evidenza tutti i musicisti (valido l’approccio della chitarra di Jonsson).

Machina combina keyboards (Per Henriksson) e abbondanza di elettronica, un mood reso drammatico dalla tonalità del cantante. Brano in cui regna una certa tensione di attesa sino ad una esplosione corale che funge da epilogo.

Malinconia e senso di solitudine vengono sprigionati da Pile of Ash, segnata da un arrangiamento minimale (voce e chitarra), un brano che potrei definire “notturno”.

Musica che cade inesorabilmente dall’alto, evocativa ed intensa, con “qualche” richiamo agli Anathema; queste le immediate impressioni ascoltando Our Last Goodbye, un passaggio che nello sviluppo diventa quasi epico fino a risultare uno dei più convincenti dell’intero album. Pregevole l’intervento della chitarra mentre Thomas Jansson (basso) e Marcus Losbjer (batteria) costruiscono una fitta tessitura ritmica.

Cresce la distanza tra i due mood nella consueta altalena con Pledge, il sound si fa più ispido, graffiante, in certi segmenti ricorda in qualche modo i Leprous. La vena melodica comunque non viene mai meno agli svedesi, sottolineata da improvvise aperture che contrastano l’ incedere cupo.

Un breve avvio acustico per When the Night Comes che si rivela poi come una traccia abbastanza versatile, a tratti potentemente ritmata, in altri frangenti più incline a sonorità calde e di atmosfera.

Un altro pezzo corposo, Nemesis, viene introdotto da piano, voce e basso fretless. Un’ascesa inarrestabile, una scalata sonora che mostra di essere uno dei punti di forza del quintetto, culminante in uno dei momenti più possenti del nuovo lavoro. Gustoso il break imposto dal synth prima e dalla chitarra poi, ancora una volta le frazioni strumentali sanno essere molto coinvolgenti.

Dulcis in fundo, il brano che da un punto di vista emozionale ha più da offrire, Sheds. Ambientazione ridotta al minimo: tastiere, voce, piano ed il sapiente utilizzo di effetti riescono a conferire al pezzo, di per sé piuttosto semplice, un’aura quasi mistica.

Pur con tutti i riferimenti ed i limiti che ho citato in “premessa”, devo congratularmi con i Wolverine. Siamo appena entrati nella seconda metà dell’anno ed è chiaro che ci aspettano ancora molte pubblicazioni (spero di qualità) ma, al momento, non è impossibile pensare che Machina Viva possa entrare nella play list annuale.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. franz scrive:

    Grandissimo gruppo, purtroppo molto sottovalutato!!!!!

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