frontQuarto sigillo (o quinto, secondo come si consideri Juggernaut) per i Periphery ! Sempre più lanciata, la band di Washington va così a presentare Periphery III: Select Difficulty, pubblicato per Sumerian Records ed in uscita proprio nei prossimi giorni. Una produzione sin qui estremamente copiosa quella del gruppo di Misha Mansoor, tanto a che (a mio parere) sta diventando forse ipertrofica.

Gestire uscite con cadenza media quasi annuale è complicato di per sé, considerando poi il regime vorticoso del loro djent metal diventa ancora più difficoltoso mantenere uno standard compositivo fresco ad ogni appuntamento; e proprio da qui voglio cominciare perché, se Select Difficulty conferma una coerenza stilistica e di approccio, al tempo stesso però, qua e la comincia a mostrare la corda sul versante del songwriting.

Le undici tracce dell’album infatti si dividono in due diramazioni piuttosto nette: una che fa capo alla forza d’urto e al peso specifico di scuola Meshuggah, l’altra che si orienta invece verso un djent di ultima generazione di cui TesseracT e gli stessi Periphery sono tra i maggiori interpreti. L’impatto dei brani resta quindi ad alta resa, ognuna delle due tendenze può risultare più piacevole dell’altra secondo il gusto personale; la struttura dei pezzi, la loro costruzione, iniziano invece a scontare una certa dose di prevedibilità.

L’album si apre con un uno-due micidiale, una combinazione di terrificante potenza ed aggressività dove le tre chitarre e la ritmica (Matt Halpern – batteria e Adam “Nolly” Getgood – basso) si scatenano sfoderando due passaggi di rara cattiveria: l’iniziale The Price Is Wrong e la successiva Motormouth in cui la voce di Spencer Sotelo viene messa davvero a dura prova, un episodio tirato allo spasimo sino all’ultima nota.

Procedendo su questa falsariga, in ordine sparso, troviamo Habitual Line-Stepper dove i riff spettrali delle guitars sono contrastati da frequenti cambi di ritmo sino ad un sorprendente break che inaugura una fase diversa, più “larga” e arrangiata. Il segmento di chiusura riprende invece a menare gran fendenti.

Flatline, episodio che rimane un pò indeciso e sospeso tra tentazioni “dure e pure” ed ampi squarci melodici. Prayer Position, martellante sin dalle prime battute e con qualche concessione melodica giusto nel refrain.

Cambiando direzione ci viene incontro Marigold, scelta come singolo; di qui si prende di infilata una manciata di tracce meno concitate, dove al ritmo battente si accompagnano consistenti ed interessanti squarci melodici, oltre a sezioni dotate di arrangiamenti più compositi. Da questo punto di vista le cose funzionano ancora meglio con The Way the News Goes.., capace di catalizzare le due anime della band, unendo così tratti molto serrati ad altri sospesi e di fattura più morbida (l’inserto conclusivo e solitario del piano ne è un ottimo esempio).

Remain Indoors urlata quasi con disperazione da Sotelo, altro paradigma delle qualità e del successivo orientamento acquisito dai Periphery.  Absolomb, uno degli episodi che più mi hanno convinto, un vortice incontenibile di suoni, spezzato ad arte da solo della chitarra oppure esaltato da repentini e corali crescendo (in questo caso synth e archi a chiudere).

Ancora una ritmica molto dinamica ad aprire Catch Fire, brano più breve in scaletta ma non per questo da sottovalutare, ben bilanciato. Infine Lune, una “ballad” colorata da arrangiamento e toni epici e che propone forse uno dei momenti più intensi ed emozionanti del disco.

Esaurita la cronaca la mia, più che una chiusa, è veramente un auspicio. Periphery rappresentano ormai una solida realtà e va ricordato che per raggiungere questo traguardo, tutto sommato, non hanno impiegato troppo tempo. Il nuovo lavoro ne è un’ ulteriore conferma ma cinque album in sei anni, oltre due EP, rischiano a mio avviso di inflazionarli. Bene dunque complessivamente questo Select Difficulty ma ritengo che adesso sia augurabile una pausa rigenerante.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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