MY UNDERRATED PLAYLIST #1

Pubblicato: luglio 19, 2016 in Recensioni Vintage
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Riconosco che la stanza di un ospedale, soprattutto se sterile e priva di contatti con il mondo esterno, possa non apparire il posto migliore per dedicarsi a piacevoli attività. Ma quello che mi è successo qualche anno fa, impegnandomi ad un lungo periodo di clausura nel quale fare i conti con una malattia molto seria, mi ha anche costretto a guardare oltre le mille scadenze quotidiane, riprendendo il filo dei miei pensieri troppe volte interrotto, fino a piegarmi ad un nuovo ritmo, ad una sequenza temporale dettata da me stesso e non da altri. Non auguro a nessuno la mia esperienza, ma se è possibile ricordare anche con piacere quei momenti lo devo solo alla possibilità che ho avuto di esplorare meglio, senza fretta e senza essere recintato in “ritagli di tempo” concessi da altri, qualche piccolo universo che avevo attraversato solo superficialmente (e a cui, immancabilmente, mi ero ripromesso di dedicare più tempo, facendo finta che dicessi sul serio, e sotterrandolo definitivamente tra le “cose da fare”). La musica, ad esempio. Avevo sempre avuto una curiosità particolare per la dark side of the prog, secondo una felice espressione che prendo a prestito, ossia per quei gruppi e quegli album che hanno vissuto di una gloria solo effimera e temporanea, o, in molti casi, non hanno avuto alcuna particolare attenzione, sopraffatti clamorosamente dalle gesta eroiche dei “maggiori”. Grazie alla rete, e al tempo a disposizione, ho quindi potuto cercare, trovare ed imbattermi, spesso per caso, in una serie di pezzi minori, di album contenenti uno o due tracks incredibili, di episodi passati sotto silenzio o di scarti anche di gruppi passati alla storia. Ed è anche grazie a loro tutti che la vita è riuscita a sorridermi anche in quei momenti.

Li elenco senza un ordine preciso, in modo assolutamente casuale (con le solite amene e personalissime annotazioni)

 

CRESSIDA

Munich (Asylum, 1970)

La mia inclinazione e preferenza per il versante più dolce e malinconico del prog qui ha trovato pane per i suoi denti. Un gruppo semiclandestino, con due album clamorosi usciti nel 1970 e 1971. Ritmiche vellutate, mai invadenti anche nei momenti più frenetici, la voce del cantante (Angus Cullen) in evidenza, a richiamare atmosfere quasi autunnali, con grande dispendio di mellotron a cascata ed echi di divagazione in stile canterburyano. Un contorno di basso strepitoso che aggancia al suolo, fino a tornare alla voce dolcissima che si accompagna ad una orchestrazione veramente efficace. E’ un pezzo che mi fa sentire in pace con me stesso, e la cosa notevole è che riusciva a produrmi quella sensazione anche nei momenti più bui, dove il pensiero della realtà circostante faticava a non presentarsi con le sue mille implicazioni.

 

THE SPRING

The Prisoner /Eight By Ten (The Spring, 1971)

Golden Fleece (The Spring, 1971)

Leicester oggi è famosa per questioni calcistiche. Ma da quella città proviene anche questo gruppo, autore di un unico album, pieno di gemme inaspettate. Ho scelto due pezzi, indicativi. Il primo perché dimostra come a volte il caso giochi un ruolo decisivo nella storia e nella fortuna dei gruppi. Una capacità così vivace ed evidente di creare e suonare musica è stata praticamente ignorata, nel loro presente e nel loro futuro, tanto che non hanno avuto la possibilità di ripetersi. Un peccato, perché se questo era il livello del primo album, possiamo immaginare il seguito. Il secondo perché conserva ad oggi la capacità incredibile di farmi sentire in viaggio, in movimento, in una giornata di sole, d’estate, forse al tramonto in un percorso lineare e sicuro, verso una meta precisa e senza deviazioni. Al di fuori di recinti fisici e psicologici entro cui ti senti costretto. E’ una sensazione bellissima, di trasporto e di condivisione, che rende tangibile la gioia che si può provare nell’accostarsi ai pensieri che riesce ad evocare questa musica così delicata e potente, con mellotron che spuntano da tutte le parti, con una voce talmente britannica da sembrare finta, e una inusuale morbidezza (per quel periodo) anche dei toni dell’assolo di chitarra ben piazzato al centro del brano, prima di essere di nuovo sommerso dai suoni dei mellotron, peraltro mai troppo invadenti.

GRAVY TRAIN

Alone in Georgia (A ballad of a peaceful man, 1971)

Siamo in piene atmosfere rock, voce graffiante ed efficace, ma dentro un circolare suono di flauto che mi ha sempre attratto in modo irresistibile. E’ il momento in cui tutto sembra perso ma trovi il modo di sperare e di andare avanti per la tua strada, che si tratti dell’ultimo chilometro o di sopravvivere ad una notte difficile di dolore e di insonnia. Il pezzo non è molto altro, ma questo basta. Ci sono gli archi e le orchestrazioni tipicamente seventies, i cori d’ordinanza e le pause riservate al flauto che avvicinano pericolosamente i nostri ai Jethro Tull. Ma il tutto si carica di una dimensione epica ed evocativa inaspettata, man mano che procede in avanti l’invocazione affidata alla voce di Norman Barret molto bella e molto spezzata.

DRUID

Left to Mind (Fluid Druid, 1976)

Provo molta tenerezza (a differenza di molti, immagino) nei confronti di quei gruppi “arrivati tardi”, tenaci nel riproporre sul finire degli anni 70 atmosfere tipiche di qualche anno prima, e ancora inconsapevoli del fatto che il punk e la new wave avrebbero di lì a poco spazzato via tutto. In questi pochi anni, nella seconda metà degli anni ’70, si trovano invece delle grandi cose, che questa sensazione, nei miei personalissimi ascolti, riesce a rivestire di una certa malinconia che altrimenti non avrebbero avuto. Left to mind dei Druid è una di queste. Ogni volta che ascolto questo pezzo provo la sensazione dei titoli di coda, di qualcosa che se ne sta andando, anche inconsapevolmente, e che so che non tornerà. E’ tutto così perfetto, ma fuori tempo. E anche questo è uno dei miei pezzi vincenti alla prova del mio assai arbitrario e non scientifico test più difficile: ascolto a volume discreto, guidando in autostrada di notte, possibilmente senza compagnia.

 

CASTANARC

Peyote (Journey to the East, 1984)

Anni ’80, primi albori della rinascita del prog. Una sequenza iniziale che per me rappresenta uno dei tentativi più riusciti di fusione delle nuove modernità con il retaggio più prezioso del decennio trascorso. Nei primi minuti queste note riescono a restituirmi intatta una delle mie più precise atmosfere dei miei primi anni 90, (il periodo in cui ho scoperto quest’album), una sensazione di assoluta libertà, di indipendenza, con ancora tutto da fare e da pensare, e l’entusiasmo di iniziare a scrivere una pagina nuova sapendo che comunque non sarebbe stata l’ultima. Lo so. Dopo diventa un’altra cosa, si irrigidisce su schemi e gabbie tipiche del periodo, ed è come se perdesse di colpo l’intera magia. Ma io spesso lo vado ad ascoltare per assaporare la gioia preziosa e la struggente capacità di quell’introduzione e immergermi di nuovo in quella sensazione.

 

GENESIS

Vancouver (lato B di Many too many, 1978)

Non potevano mancare. Era Phil Collins, ma non è un brano “a la Phil Collins”. E’ solidamente e tipicamente “Genesis” (autori Collins/Rutherford), una delle piccole gemme perse dalle tasche in un lungo cammino, e che non ha avuto la forza di essere inserita in un album (fa effetto pensare che si tratta di uno scarto). Costruzione semplice, un paio di accordi messi lì, niente di che. Ma l’atmosfera è totalizzante e quasi imbarazzante per come (mi) prende subito. E questo fin dal primo ascolto, un po’ come mi capitò con Heathaze. Non posso non ricollegarlo alla mia prima vera storia, alla mia speranza di futuro condiviso con una persona, al risveglio (tutt’altro che brusco). Ma è rispuntato fuori dopo, da tutte le parti, nelle mie solitudini e nei miei momenti molto conclusivi. Ed è sempre risultato vincente, capace di darmi molto più di quello che riuscivano a darmi pezzi ben più costruiti e conosciuti. Ogni tanto sento il bisogno di riascoltarlo e seppure non ricompone il quadro esatto di un momento preciso ed intenso della mia vita (come lo fa Heathaze, per esempio) riesce a colorare quei pochi momenti di un vissuto unico. E questo anche se finisce quasi improvvisamente, come per scusarsi di avermi distratto dalle mie importantissime occupazioni quotidiane…

JERICHO

Kill Me With Your Love (Jericho, 1972)

Sconfinamento in territorio più hard che prog, ma è un pezzo che mi riporta ad un momento esatto di uno dei miei ricoveri di quel periodo. Io con le cuffie, una stanza con due letti, il mio vicino che guarda alla TV un programma sulla seconda guerra mondiale e io, dopo avergli fatto un po’ di compagnia, decido di ascoltare qualcosa. Trovo questo aggancio per puro caso, una copertina gialla con scritta in israeliano (vengono da lì) e in una serata particolarmente deprimente mi accorgo che questa musica riesce a darmi un’energia e una voglia di andare oltre incredibile. Parte piano, ma si innesta quasi subito su binari decisi. Parte un riff di chitarra formidabile, su cui si costruisce tutto il brano. Ecco la voce (spesso raddoppiata), non così cattiva, e il resto va da sé. Lo ascolto una volta ma ho già voglia di riascoltarlo. Cambia il mio umore, cambia tutto e l’invocazione diventa pulsione, energia rivitalizzante. E’ musica elementare, un po’ di quadri di chitarra su un ritmo pesante e sovrastante, ma tant’è. Mi è rimasta nel cuore e mi ricorda quanto sia vano il tentativo del caso di metterci in ginocchio, quando abbiamo delle armi così potenti per contrastarlo. Kill me with your love (da ascoltare rigorosamente a volume chiaramente dannoso per il vostro udito e per i vostri vicini).

GEOFF MANN

Apathetic & Here, I… (Second Chants, 1992)

Una chitarra, un ritmo semplice, una voce profonda, intensa, di uno dei più sottovalutati e misconosciuti cantanti (comunque protagonista con i Twelfth Night  della rinascita prog), e che, purtroppo, ci ha lasciato troppo presto (in quello stesso anno). Troppo facile emozionarsi. Il testo, bellissimo, con alcuni squarci disarmanti (but change is the heartbeat of life into life which trembling approaches the knife). Ebbene, sì, questa è una musica davvero triste, ma forse è proprio per questo che la ricordo sempre tra le mie preferite. Si attacca ai miei ricordi più intensi e li rende ancora più vivi. Lo sguardo di un’amica che non ho più incontrato, la promessa di un incontro non avvenuto, gli amici che hanno combattuto con me e che hanno perso, anche se non li ho conosciuti davvero. Essere soldati al fronte e combattere anche con la forza che ti danno quelli che non ce l’hanno fatta. Anche per loro.

(Da segnalare una bellissima versione di questo pezzo da parte degli IQ, con una stratosferica prova vocale di Pete Nicholls)

 

Per questa volta basta. Alla prossima

Silvano Imbriaci

Luglio 2016

 

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