frontUn infinitesimo pixel, un pallido puntino azzurro sospeso nello spazio. Questa è l’immagine della Terra rimandata nel 1990 dalla sonda spaziale Voyager 1; un piccolo punto che rappresenta in verità il nostro pianeta e l’umanità intera, con i suoi limiti e le tante perplessità. le illusioni e le contraddizioni. Uno scritto dell’astronomo americano Carl Sagan ha così ispirato Jonas Reingold nella composizione di DOT (esce per Inside Out), quinto e nuovo album dei suoi Karmakanic.

Il talentuoso e prolifico bassista di Malmö, con i Flower Kings momentaneamente in stand-by, ha continuato a tessere progetti e collaborazioni con grande voracità musicale e tra questi, dopo circa 5 anni, è tornato..in orbita con quella che è a tutti gli effetti una sua creatura.La formazione svedese si presenta al solito sotto forma di sestetto con un’unica novità, e cioè l’innesto alla batteria dell’ottimo Morgan Ågren (Kaipa, The Tangent) in luogo di Marcus Liliequist.

Il viaggio musicale intrapreso dalla band svedese si snoda dunque attraverso gli amletici dubbi e i molteplici interrogativi che sin dalle origini affliggono l’umanità; non un tema particolarmente originale quindi ma che ogni tanto, credo, meriti ulteriori riflessioni nella speranza (vana ?) di comprendere qualcosa di più.

La struttura dell’album prevede come di consuetudine una robusta suite, posta in testa alla scaletta, ed una seconda parte di essa a chiudere; nel mezzo una lunga traccia (Higher Ground) e due brani di medio-breve durata.

Allacciate le cinture, si può partire per il viaggio al di fuori del sistema solare con la prima corposa frazione (poco meno di 25 minuti) di  God The Universe And Everything Else No One Really Cares About. Dilatare a dismisura un brano, per quante immagini e situazioni si vogliano rappresentare, pone talvolta l’ascoltatore al rischio di perdersi in un dedalo che inopinatamente può condurre anche alla noia; non è questo esattamente il caso ma a mio parere c’è “qualcosa” di troppo, una sintesi più efficace avrebbe sicuramente giovato alla scorrevolezza.

Basso fretless, piano e tastiere (Lalle Larsson), quindi chitarra acustica (Krister Jonsson) e la voce di Göran Edman disegnano un avvio morbido, rotondo per quello che è lo snodo centrale del disco. Una brusca accelerazione e lo scenario muta radicalmente, sonorità più spesse incorniciano la voce del singer supportato nei cori da Nils Erikson. E’ così un perenne alternarsi di situazioni sonore, ora dolci tra sussurri di un flauto (Ray Aichinger), ora travolgenti, dove fa la sua comparsa anche Andy Tillison (The Tangent) all’ Hammond. La fase centrale poggia su una bella melodia che man mano sale enfaticamente sino a sfociare in un intenso segmento strumentale; qui interviene a sorpresa e ripetutamente il coro dei figli di Reingold e si inaugura una fase che perde tenuta, qui la composizione sconta a mio avviso dei minuti di troppo. La parte conclusiva torna strumentale, dapprima con il piano in buona evidenza ed in seguito con un crescendo corale.

Più compatta e organica, Higher Ground esprime in modo più raffinato le potenzialità del gruppo; un brano ben scritto, curato nei dettagli e privo di alcuni orpelli inutili che finiscono per appesantire l’ascolto. Un gradevolissimo filo conduttore ispira l’intero pezzo, colorato da buone sonorità e capace di variazioni ben collocate partendo da una base piuttosto melodica sino all’epilogo. L’immediata riprova che talvolta essere più concisi aiuta.

Si srotola tra arpeggi Steer by the Stars, una up tempo-ballad che si sviluppa in formato canzone con più di qualche reminiscenza Yes anni ’80, tra cori, armonie vocali e brevi incisi della chitarra. Francamente, una traccia onesta e poco più.

Traveling Minds centra il bersaglio sul fronte emotivo; il piano, l’acustica ed il fretless (da incorniciare la prova di Jonas Reingold) introducono in un mondo ovattato, quasi fatato, cui il successivo inserto dell’elettrica regala un ulteriore brivido. Siamo anche in territorio Flower Kings, zampillano le emozioni in un’ascesa costante enfatizzata dalla voce del cantante.

A concludere, la seconda parte della suite iniziale, molto più concisa ma al tempo stesso più ispirata e ricca di validi contenuti.

Ad oggi i Karmakanic non hanno mai deluso ed anche in questo caso si producono a buoni livelli, DOT è sicuramente un lavoro da gustare con soddisfazione. Personalmente però resto dell’idea che sfrondare ed alleggerire brani elefantiaci come God The Universe And Everything Else No One Really Cares About potrebbe solo giovare all’ascolto e rendere il disco ancora più coeso.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. Alessandro scrive:

    Buonissimo ritorno, gruppo che non brilla certo per originalità nè personalità, ma che ogni volta sa proporre album solidi e mai noiosi per gli amanti del prog più rockeggiante che metal.
    Steer by the stars mia canzone del 2016 finora, bellissima.
    Speriamo in un tour dalle nostre parti, magari anche come support act di qualche nome di spessore (Neal Morse Band?)…
    Ciao!

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