Dream The Electric Sleep – Beneath The Dark Wide Sky 2016

Pubblicato: luglio 27, 2016 in Saranno famosi
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frontL’autorevole sito ProgArchives indica gli statunitensi Dream The Electric Sleep come appartenenti al crossover prog, una formula ad ampio spettro utile a definire una crescente quantità di band che fanno della contaminazione la loro dote principale. Se questa catalogazione era calzante per il trio originario del Kentucky, con il terzo e nuovo lavoro intitolato Beneath The Dark Wide Sky per certi versi lo diviene ancora di più perché, sin dal primo ascolto, si coglie una virata repentina e massimale del sound.

Abbandonati quasi totalmente molti dei riferimenti del passato (Rush, Pink Floyd, U2, e forse pure Radiohead), la miscela esplosiva del nuovo album prevede incursioni nel djent, qualche velato richiamo al post rock ma, sopratutto, un robusto substrato alternative.

Non sono rimasti molti dunque i punti di contatto con la precedente uscita, Heretics (2014); lo strappo sonoro è evidente, palpabile e non è un caso che il trio, passato sotto l’egida di Mutiny Records, abbia catturato l’attenzione di un produttore come Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Mastodon, Rush, Alice in Chains tra le sue collaborazioni più note), la cui mano e visione d’insieme si percepisce nettamente.

Un cambio di rotta radicale dunque ma, per chi ricordasse i brani di Heretics, stiamo parlando di un gruppo che era in fase di maturazione e non aveva scelto (o acquisito) ancora un indirizzo preciso; con Beneath The Dark Wide Sky il balzo in avanti, a mio parere, è indiscutibile.

Matt Page (voce e chitarre), Chris Tackett (basso) e Joey Waters (batteria) declinano così un sound piuttosto diverso da prima, ancora composito ma decisamente più orientato, pur in una diversa direzione. Beneath The Dark Wide Sky è un disco abbastanza omogeneo formato da 11 tracce; escludendone giusto un paio (Last Psalm to Silence che ha le sembianze di un filler o poco più e The Good Night Sky, eccessivamente radio-friendly e dall’andamento scontato) si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una band rinnovata.

Niente di sconvolgente o di rivoluzionario, sia ben chiaro e lo sottolineo, ma il peso specifico dei brani c’è anche se piuttosto lontano dagli stilemi rigidamente prog; basta accostarsi al brano introduttivo, Drift, per entrare in contatto diretto con la nuova dimensione sonora del trio, tra tensioni crescenti, “immagini” di spazi aperti e suoni che poco hanno a che spartire con quelli più “classici”.

Di qui prende il via una cavalcata intensa e possente dove nella gestione delle melodie si avverte la regia di Raskulinecz (Let the Light Flood In), si susseguono up tempo ballad che conservano reminiscenze Coldplay e propongono velati richiami djent (Flight e Headlights).

Passaggi densi e strumentali, impregnati di sonorità sospese in grado poi di esplodere quasi in odore post rock (We Who Blackout the Sun), altri in cui tornano fuori le origini americane ed alternative del gruppo segnati da solo fulminanti della chitarra (Hanging by Time), altri ancora riusciti ibridi come Black Wind, dai toni profondi, oppure come Culling the Herd la cui seconda parte spiazza piacevolmente.

Per concludere, un altro episodio dalla tensione ascendente, ben bilanciato nella scelta dei suoni e capace di toccare le corde emotive dell’ascoltatore (All Good Things).

Assolutamente sganciato dai canoni dell’ortodossia dura e pura il nuovo disco dei Dream The Electric Sleep si segnala comunque per la particolarità della proposta che, pur esprimendo una sua compattezza, si fatica a collocare con precisione. Per quanto questo possa valere, suggerisco di dare loro una chance, se non altro perché pur non scrivendo pagine innovative sono riusciti a portare a termine un disco che non annoia.

Max

 

 

 

 

 

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