frontContinuando a mantenere una media invidiabile, Bruce Soord ed i suoi Pineapple Thief vedono in uscita per Kscope Your Wilderness, undicesimo album di una serie cominciata 17 anni fa. Dopo due prove discrete ma non propriamente esaltanti (All the Wars ed il successivo Magnolia), il front man ha pubblicato un album solista, eponimo, in cui a mio avviso ha innalzato la propria cifra stilistica oltre il livello conseguito con la band negli ultimi anni.

Ora è il turno di riproporsi con il gruppo, a pieno regime e tra l’altro con un ragguardevole ventaglio di ospiti: sono presenti infatti Gavin Harrison (batteria), John Helliwell dei Supertramp al clarinetto, Geoffrey Richardson dei Caravan per un quartetto d’archi e l’ormai fidato Darran Charles (Godsticks) alla chitarra.Il nuovo disco riparte a mio parere proprio dal lavoro solista di Soord, riuscendo a coniugare le sonorità tipiche del trio del Somerset con quelle atmosfere ancor più “appartate” e minimali proposte in solitaria.

Ne viene fuori probabilmente il lavoro più ispirato da qualche anno a questa parte e l’impressione, scaturita sin dal primo ascolto, viene confermata da quelli seguenti; utile a questo scopo trovo sia pure il contenimento della durata dei brani per una complessiva di 41 minuti, sufficienti a fare sì che Your Wilderness si lasci apprezzare senza noiose lungaggini. Un concetto questo sul quale torno spesso in un’epoca in cui sovente i tempi si dilatano a dismisura per lasciare posto talvolta a veri e propri “riempitivi”.

Dunque…tra passaggi in orbita Radiohead, strutture più ritmate e qualche pregevole (e rara) accelerazione, si confeziona un album convincente, che restituisce la sensazione di un sound più solido e determinato che in passato.

In Exile, brano introduttivo e presentato in anteprima, spiega un ritmo sincopato su un tappeto di tastiere approntato da Steve Kitch. Cresce la tensione e con essa il battere di Gavin Harrison, la voce di Soord si staglia al solito eterea. Un break della chitarra apre al refrain centrale e quindi è di nuovo la sei corde a chiudere.

Atmosfera molto più raccolta ed acustica per No Man’s Land, un episodio suggestivo giocato tra voce ed arpeggi della chitarra, doppiata poi dal piano; la seconda parte invece vede un deciso cambio di passo con l’ingresso della batteria.

Partenza bruciante per Tear You Up, presto stemperata in un accenno di ballad; prende il via un gioco di fasi alternate, di stop and go in cui Harrison è maestro. La melodia tracciata da Bruce Soord è molto dolce ed è di grande effetto constatare come essa venga improvvisamente annientata da brucianti accelerazioni strumentali.

Un fiore all’occhiello, un pezzo che si stacca sugli altri per densità di emozioni. That Shore regala quel qualcosa in più che ultimamente ai Pineapple Thief forse era mancato: pathos, ottima scelta dei suoni e grande equilibrio tra essi, oltre un accenno di elettronica, portano a compimento un passaggio magnifico, sicuramente quello che “arriva” più in profondità.

Take Your Shot è un episodio apparentemente più leggero, dal “giro” magari primitivo, basic, ma in cui si possono apprezzare il buon lavoro del basso di Jon Sykes e improvvise deviazioni melodiche di grana più fina. L’epilogo racchiude un solo razzente di Darran Charles.

Dove magari si sarebbe potuto fare un pò meglio è con  Fend For Yourself, una ballad che resta un poco piatta nonostante l’intervento del clarinetto di Geoffrey Richardson; andamento piacevole ma che soffre di una certa ripetitività.

Giusto qualcosa meno di 10 minuti, The Final Thing On My Mind è l’unica traccia dal lungo svolgimento. Si tratta ovviamente del brano dalla struttura più articolata nel quale comunque domina un mood cupo e di attesa, sottolineato da brevi pennellate della chitarra a punteggiare una ritmica variata e crescente. Si va poi per sottrazione, solo piano e chitarra rimangono ad accompagnare il singer e poi, progressivamente, fa il suo ritorno in scena la batteria e quindi la chitarra per un finale rovente.

Un momento morbido, suddiviso tra il lavoro delle due chitarre e del piano, come un saluto, una chiusa cantata con passione da Soord (Where We Stood).

Se in passato non ho usato termini entusiastici per i Pineapple Thief questa volta sono ben lieto di ricredermi; con Your Wilderness fanno centro, non è un trionfo ma non ne siamo così lontani.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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