Plini – Handmade Cities 2016

Pubblicato: agosto 29, 2016 in Saranno famosi
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frontUna consistente manciata di EP all’attivo, un progetto nato solista e pian piano evoluto in una band nella quale, tra l’altro, è transitato fugacemente anche Marco Minnemann. Sto parlando di Plini, giovane e virtuoso chitarrista e poli strumentista australiano, pronto finalmente a presentare il primo album intitolato Handmade Cities, completamente auto prodotto.

Sulle doti ed il talento del musicista di Sidney hanno posato gli occhi proprio di recente i Animals As Leaders, coinvolgendolo come gruppo di supporto nel loro tour intercontinentale e devo sottolineare come sin dal primo ascolto, l’ardito mélange strumentale tra fusionprog metal ed una spruzzata djent si riveli vincente.

Troy Wright alla batteria e Simon Grove al basso sono i fidi scudieri a sostegno dell’eclettico Plini, impegnato sopratutto alla chitarra oltre che, come da lui stesso indicato, “everything else”…

Handmade Cities è un lavoro brevissimo, circa 35 minuti la durata, e nella sua sintesi riesce a fornire un quadro piacevole e puntuale delle possibilità di questo trio ed in particolare del leader, mente compositiva dei sette brani proposti. L’accostamento musicale che ne costituisce la spina dorsale è senza dubbio atipico e coraggioso ma la buona sostanza e la scelta oculata di non dilungarsi a dismisura ne fanno un titolo, a mio avviso, di sicuro interesse.

Prova ne sia l’ottima apertura affidata ad Electric Sunrise, passaggio in rapido divenire sino ad una prima esplosione della chitarra, sostenuta da una spinta ritmica molto presente; subito vengono calate sul tavolo le carte con un suono trascinante e fruibile, continuamente spezzato e contaminato tra i generi.

La title track pesca in modo più diretto nel mondo fusion, si percepisce qualche eco distante del Jeff Beck metà anni ’70 attualizzata nelle sonorità. L’effetto è estremamente gradevole come funziona alla grande il contrasto tra la partitura variata e solista della chitarra rispetto al disegno ritmico.

Inhale si distingue per l’atmosfera creata, molto ovattata ed accattivante, punteggiata da suoni scelti con estrema cura. Un brusco strappo ne stravolge l’andamento nella fase centrale, ad anticipare un epilogo ancor più serrato nel quale è protagonista ancora la sei corde.

Un bozzetto intriso di ritmo su di una tessitura di “methenyana” memoria, non troppo malleabile (Every Piece Matters) precede la traccia più lunga del lotto, Pastures. Trama articolata, accelerazioni sfolgoranti e stop da cuore in gola, un buon arrangiamento di tastiere ed alcuni “ostinati” ne fanno uno dei brani forse più completi e maturi.

Una breve incursione in un prog etereo e sospeso con un compimento sinfonico (Here We Are, Again) conduce poi al brano conclusivo, Cascade. Chiusura molto tirata, una girandola di note che si inseguono, arrampicano, discendono vorticosamente sotto la pressione costante del duo ritmico.

Compatto e ricco di talento messo al servizio della musica, Handmade Cities mette in luce le qualità di Plini; un progetto stuzzicante, sicuramente da seguire in futuro.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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