Marillion (Teatro Romano – Verona 10 settembre 2016)

Pubblicato: settembre 14, 2016 in Recensione Live Shows
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L’occasione era sinceramente di quelle da non perdere. Soprattutto quando si era appreso che la data sarebbe stata la prima in assoluto dopo l’uscita del prossimo attesissimo album (FEAR), prevista in origine per il 9 settembre. Poi la data di uscita è stata posticipata, ma l’appuntamento di Verona, dopo un mesetto di pausa dall’ultimo di una lunga serie di concerti fino ad agosto inoltrato, nulla avrebbe comunque tolto all’attesa di molti di vederli di nuovo in Italia. Alcuni elementi hanno reso questa serata davvero unica ed irripetibile.

Prima di tutto la formidabile location. Parlo naturalmente non solo della scontata bellezza dei luoghi (il Teatro Romano), quanto di un’acustica che per la mia personale esperienza ho potuto giudicare di una perfezione quasi sconvolgente, soprattutto per eventi all’aperto, capace di restituire, in tutte le sue chiarissime timbriche, la voce e i suoni sempre mai troppo potenti ed invadenti provenienti dal palco. E questo è un elemento che sicuramente ha pesato tantissimo, oltre alla naturale struttura dell’anfiteatro che ha permesso a tutti di godere visivamente dello spettacolo in maniera eccellente.

Poi il pubblico, noi. Ogni concerto dei Marillion, con il passare del tempo, assomiglia sempre più ad una costola di un ennesimo Marillion-weekend, con un nocciolo duro di appassionati che riesce a far sentire la sua vicinanza e il suo calore dappertutto. Sarà la riconoscenza per i suoi fan che il gruppo non manca mai di sottolineare, ricambiata da un’assoluta fiducia nel loro lavoro; sarà la loro storia così legata, soprattutto all’inizio, alle scorribande in territorio italico; sarà quella carriera così lunga e intensa. Ma il rapporto che si riesce ogni volta a stabilire in quel tempo indefinito del concerto fa parte oramai a pieno titolo della performance, rendendola sempre avvincente.

Il resto lo hanno fatto loro. Come al solito, nulla è stato lasciato veramente al caso, ma lo show è apparso fin da subito fresco ed emozionante, e il gruppo si è concesso con la solita energia dall’inizio alla fine senza mai tradire perdonabili stanchezze o opacità. Per chi li segue o li conosce da vari anni, la dimensione live dei M. è un mondo a parte, di cui, è vero, è possibile farsi un’idea attraverso le tonnellate di materiale reso disponibile in rete o in dvd; ma ciò che stupisce l’ascoltatore più appassionato è la capacità di trovare ogni volta un perfetto equilibrio tra la fedeltà nell’esecuzione rispetto alla versione edita e, nello stesso tempo, la naturalezza dell’esibizione live, che restituisce inevitabilmente un quid di intensità e drammaticità sconosciute nelle versioni ufficiali.

E così è stato anche questa volta, fin dalle prime battute.

E’ da qualche tempo che i M. hanno deciso di aprire i loro concerti con The Invisible Man– E’ in effetti un pezzo anomalo per introdurre un loro show, sembra provenire mille miglia lontano dall’universo Marillion… eppure, pur essendo ormai non recentissimo, alla fine è diventato uno dei segni più rappresentativi della loro evoluzione come musicisti e come interpreti. Devo dire fin da subito che sono rimasto sorpreso dalla rinnovata qualità della voce di Steve Hogarth, sempre su livelli notevoli ed inaspettatamente chiara e trasparente anche nei toni più alti, oltre che decisamente a suo agio anche nel rendere le parti più intense di questo brano, che dal vivo assume uno spessore drammatico e narrativo quasi assente nella versione su disco (un qualche effetto lo hanno dato anche le immagini alle spalle del gruppo, mai invadenti e sempre centrate, come in questo caso, ad esempio, con quello sguardo misto di pietà e di rassegnazione al quale non era possibile davvero sottrarsi). Al termine, un crescendo sottolineato da voce e sezione ritmica che fa battere forte il cuore.

Un breve stacco ed ecco Power, un brano che purtroppo dal vivo, nonostante lo sforzo di H nel renderlo più eccitante, rende secondo me assai meno rispetto alla versione su disco, anche se il l’inaspettata drammaticità del finale, esaltato dalla dimensione live, sembra fatto apposta per far definitivamente capitolare anche i più scettici sullo spessore delle composizioni anche apparentemente più immediate dei nostri. Avanti.

Le prime note di The Great Escape riescono ad alzare ancora di più il livello emozionale della serata. Che dire, uno dei pezzi più intensi mai scritti dai Marillion, che dal vivo riesce a coinvolgere fisicamente l’ascoltatore, con una prova magistrale di Rothery alla chitarra e ai formidabili stacchi delle tastiere di Mark Kelly. Si capisce che il gruppo è in serata, anche se SR nel suo assolo sembra un po’ più freddo del solito, nonostante l’ineccepibile precisione nei suoni e nei tempi. Ma è solo una leggera impressione, che nulla toglie ad uno dei picchi del concerto.

Hogarth si siede alle tastiere e di nuovo echi di Marbles, con Fantastic Place dove la stupenda deriva dei ripetuti assoli di SH si lascia ancor più apprezzare nella grande atmosfera creata dal lavoro delle tastiere incessante e prezioso.

Sounds that Can’t be Made, che, ormai nel cuore di chi ama quel disco, ha assunto una dimensione live tutta sua, con un ruolo molto incisivo dei suoni melodici e ritmici delle tastiere, fino a che SR prende per mano il pubblico e lo porta fino alla fine lungo un sentiero di cadute e ricadute veramente esaltante.

Dopo questa prima parte vissuta tutta d’un fiato, con la gioia e l’emozione di vedere il gruppo nuovamente all’altezza della situazione, H introduce una sezione del nuovo album (The New Kings), già pubblicata nella sua interezza. Avendola già ascoltata numerose volte nella versione su disco, ero curioso di verificarne la resa dal vivo. Avevo avuto l’impressione che i Marillion avrebbero definitivamente abbracciato, con questo album in uscita, quella dimensione narrativa che aveva caratterizzato anche lavori lontani nel tempo (come ad esempio Brave), ma che solo sporadicamente era riuscita a trovare spazio nei loro album, fino a diventare protagonista e decisiva solo negli ultimi lavori. The New Kings mi aveva suggerito proprio questo: un patchwork, se così lo posso chiamare, di colori, sensazioni ed episodi, slegati dalla struttura classica di un brano, per assumere invece i contorni di una sorta di improvvisazione continua, di una strada che si percorre senza mai tornare al punto di partenza.

Insomma un vero e proprio racconto per immagini, musica e parole (mi vengono in mente Montreal o Gaza, per parlare di esempi più recenti). Il tutto naturalmente con una dose di gran classe e di rinnovata maturità espositiva. Inizio a rendermi conto che la scaletta del concerto sembra voler esaltare questa dimensione narrativa, la stessa che ha caratterizzato il loro modo di comporre e che li ha portati in qualche modo a superare la struttura classica della forma canzone per recuperare gli spazi lunghi e dilatati delle suites, unico luogo che permette di dare il giusto spazio alle esigenze narrative delle parole ma anche della musica. Il nuovo pezzo dal vivo sembra accentuare questa prospettiva (grazie anche alle immagini sullo sfondo), con la voce di SH in bella evidenza (We’re too big to fall) e continue intuizioni di SR su toni alti, anche se spesso in secondo piano, come a voler solo sottolineare l’incedere tortuoso dello stesso storytelling. Ancora non conosco bene i vari capitoli di questa storia, ma sembra davvero fatta per essere raccontata sul palco, con le sequenze rapide che improvvisamente aprono scenari nuovi, davvero emozionanti. Un primo stacco ed ecco la seconda parte (Russia’s locked doors), dove la sezione ritmica ma anche le tastiere si muovono in funzione servente, ma in pieno suono Marillion. Assaporo tutta questa parte in silenzio, e mi sembra davvero notevole, accorgendomi dopo un po’ anche delle intense variazioni delle tastiere di MK.

All’ennesimo stacco di SR, ecco aprirsi una nuova sequenza narrativa (A Scary Sky) che sembra presa direttamente da Brave, preludio ad una nuova pausa e al contro tempo di batteria e basso che apre ad una serie di accordi e ad un bellissimo tappeto di tastiere (Why is nothing ever true?): è la parte del brano che più ho apprezzato, con anche la base ritmica in bella evidenza, nell’incedere tipico, cifra di questo formidabile gruppo. Il cerchio si chiude, mi pare non con la consueta precisione, con qualche incertezza, ma è comunque un brano che lascia il segno.

Ho voglia di riascoltarlo subito, per apprezzarne ancora di più l’esecuzione live che mi è parsa davvero entusiasmante.

Poi una quaterna di pezzi storici, che non fanno che confermare la predilezione verso queste forme espositive dilatate : Afraid of Sunlight, con la voce di SH in bella evidenza, per un brano dalla costruzione limpidissima; Quartz, che ci offre uno strepitoso Pete Trewavas al basso, nitidissimo e vera spina dorsale del suono Marillion e stupendi squarci melodici; King, davvero coinvolgente con le immagini sullo sfondo dedicate a vari artisti scomparsi, soprattutto del mondo della musica, e dedicata da SH a David Bowie. E per finire Neverland, perfettamente in linea con il clima intenso e narrativo della set-list di stasera.

Alla storia dei Marillion è dedicato il primo gruppo di bis, con la sequenza Kayleigh, Lavender e Hearth of Lothian, date in pasto al pubblico come a volersene anche liberare quasi definitivamente a più di 30 anni da Misplaced Childhood. Il coinvolgimento è comunque  assicurato ed è lo stesso SH a sottolinearlo cantando e muovendosi tra il pubblico, oppure, come da  manuale del perfetto front-man, lanciando l’assolo di SR in Kayleigh. Personalmente non riesco bene a capire per quale motivo, nella scelta dei classici, debba sempre o quasi essere ripescato il lato A di Misplaced Childhood. In diciotto album di storia forse qualcosa di diverso potrebbe essere anche tentato, ma forse è per queste cose che esistono le Convention!

Le due scelte finali non deludono (ed è indicativo che siano tratte da un album molto sottovalutato, come This Strange Engine). Estonia, che ripropone in modo quasi imbarazzante l’enorme tecnica raggiunta dai cinque, che riescono ogni volta a stupire per le variazioni di atmosfera e di intensità malinconica e drammatica che riescono a toccare in brani come questo, ancora dominati dall’elemento narrativo ed evocativo, ormai convintamente fil rouge di tutto il concerto. Per finire con This Strange Engine, dove MK cattura la scena con giri di pianoforte struggenti e dinamiche e dolcissime aperture armoniche, oltre che con episodi di assoluto virtuosismo che ormai da tempo ama tenere sempre più  nascosti. Siamo in pieno oceano Marillion, siamo portati là dove vogliamo andare, e non opponiamo resistenza. E ancora una volta prevale la cifra narrativa, innegabilmente.

A questo punto è davvero finita. Che dire? Sono loro, sono quel concentrato di emozioni che mi ha accompagnato per vari decenni, con la stessa energia di sempre, e a questo pensavo guidando nella notte verso casa, riassaporando le sensazioni e le immagini della serata, la timidezza e la discrezione di SR, la precisione nascosta di Ian Mosley, la solidità di un grande musicista come PT, l’eleganza infinita di MK e la teatralità ma anche la sostanza di SH. Così come pensavo alla gioia di aver potuto trovare sulla mia strada questo universo (e non sarà mai abbastanza grato a quel mio amico chitarrista che, quasi per caso, mi regalò la cassetta di Script appena uscito, intuendo i miei gusti musicali ancora in crescita), rendendomi conto di aver ricevuto le ennesime vibrazioni, per nulla appannate da qualche incertezza, e soprattutto la stessa voglia di darsi e di abbracciare la devozione sincera di un pubblico che bene o male continua a seguirli da così tanto tempo, senza rimanerne mai davvero deluso.

Senza davvero accorgermi che, in realtà, stavo pensando a tutte queste cose sorridendo.

 

Silvano Imbriaci

Settembre 2016

 

 

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