frontNemmeno due anni fa da queste pagine tessevo le lodi di I See You, non tanto perché aggiungesse qualcosa di basilare al catalogo dei Gong ma per la genuinità che ancora il loro sound riusciva ad esprimere. Da allora purtroppo prima il band leader Daevid Allen e poi (proprio di recente) la sua compagna Gilli Smyth ci hanno salutato definitivamente, lasciando un vuoto difficilmente colmabile.

Non va dimenticato però come Allen prima di congedarsi dal mondo abbia pubblicamente spronato la band a continuare ad esistere, a proseguire il proprio cammino pur se mutando forma come già in passato più volte era accaduto; il peso di questa responsabilità è caduto dunque sulle spalle di Kavus Torabi, leader anche dei Knifeworld che ha saputo infondere al suono un tocco di modernità pur restando nel solco tracciato da decenni.

E proprio a proposito di questo non vanno dimenticati i contributi, pur molto parziali, di Steve Hillage Didier Malherbe, a testimonianza del fatto che l’incredibile storia di questo gruppo seminale procede pur se davanti all’incalzare del tempo ed a perdite dolorose ed inestimabili.

Con la stessa formazione presente su I See You, ad eccezione di Cheb Nettles che ha rilevato alla batteria Orlando Allen, i Gong quindi pubblicano Rejoice ! I’m Dead, un lavoro che come il precedente forse non rimarrà negli annali ma nel quale si percepiscono a tratti nuove pulsioni sonore. Il tempo ed il titolo stesso del disco diranno se questo potrà essere l’inizio dell’ennesima nuova reincarnazione per la band o se invece ne rappresenterà il canto del cigno, la pagina conclusiva, il dovuto e commosso omaggio all’impareggiabile fondatore.

Nel frattempo suggerisco di ascoltarlo perché, come ripeto, qua e la comunque non manca di stupire.

Si apre con la psichedelica The Thing That Should Be, episodio che può simboleggiare il saluto e la dipartita dei vecchi compagni, riecheggiandone il messaggio di commiato e che contiene un cammeo del violino di Graham Clark (già con i Gong per Shapeshifter).

Rejoice!, passaggio che unisce palpabili e soffici echi canterburyani a tipiche e ardite spinte propulsive, è il primo brano che supera la soglia dei dieci minuti.Tra cambi di tempo, linee piene del basso (Dave Sturt), divagazioni del sax (Ian East), si inserisce un travolgente solo di chitarra affidato alle sapienti mani di Steve Hillage. Ottimo pezzo !

Dal passato si torna al presente con Kaptial; le sonorità mutano bruscamente, proiettate nel presente per mano di Torabi in un delirio ritmico circolare sul quale si innesta un giro ipnotico della chitarra (Fabio Golfetti). Due versioni e due epoche per un confronto suggellato da un sax lancinante in chiusura.

Model Village ripropone inizialmente in sottofondo la voce di Daevid Allen. Un momento sognante, una morbida ballad psichedelica in cui ad accompagnare i fiati fa la sua comparsa il duduk suonato da Didier Malherbe mentre Beatrix è un piccolo e poetico bozzetto che ospita nuovamente la voce della mente del gruppo.

Un momento onirico e strumentale, toccante e cinematico (Visions) precede un altro brano piuttosto strutturato, The Unspeakable Stands Revealed. Siamo adesso in uno dei momenti più intensi dell’album; ritmica da un lato, sax e suoni programmati dall’altro, concorrono a costruire uno strumentale in perenne fluire, sino all’ingresso della voce di Kavus Torabi. La fase centrale perde un poco di imprevedibilità ma il prepotente ritorno dell’epilogo riequilibra le cose.

Through Restless Seas I Come tesse un’atmosfera sospesa, di attesa, in cui tra l’altro ritorna Malherbe con il duduk; è la chitarra a trascinare, a fornire la spinta sulla base di un ritmo crescente, per uno svolgimento più mosso nella seconda parte.

Insert Yr Own Prophecy chiude il discorso andando, idealmente, ad accordarsi in qualche modo con il brano di apertura. Passato e presente musicale si intrecciano di nuovo, tra ricordi lontani, sogni e speranze.

Max

 

 

 

 

 

 

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