frontPersi Kerry Livgren ed in seguito Steve Walsh, i Kansas hanno definitivamente rischiato l’obliopoi, gradualmente, intorno ai superstiti Phil Ehart (batteria) e Rich Williams (chitarra), oltre ai membri di seconda generazione (Billy Greer – basso e David Ragsdale – violino), si sono radunate le idee e la volontà di proseguire.

Gli innesti di Ronnie Platt (voce), David Manion (tastiere) e Zak Rizvi (chitarra) hanno così completato una formazione in grado di rimettersi in gioco a 16 anni (!) di distanza da Somewhere to Elsewhere.

Un nuovo contratto con la label Inside Out ha consentito dunque alla band americana di tornare in pista con The Prelude Incipit, quindicesimo album di una storia ormai ultra quarantennale.Le defezioni avvenute e l’enorme lasso di tempo nel quale la band ha cessato di incidere in studio (pur continuando indomita una strenua attività live)  mi hanno fatto accostare a questo lavoro con estrema curiosità ma pure, non lo nascondo, tra molte incognite. Poche ormai le band dal passato leggendario in grado di sfornare ancora qualcosa di realmente interessante ed invece ecco che i Kansas… piazzano il colpo.

Non mancano qua e la i consueti richiami A.O.R. che fanno parte del bagaglio del gruppo ma il sound proposto pare come rigenerato, rinfrescato; le radici statunitensi del loro progressive rock risultano come rinvigorite, innervate di nuova energia nonostante la lunga stasi creativa e dunque, quando tutto faceva pensare al calare del sipario, questa piacevole sensazione di sorpresa va decisamente rimarcata.

I dieci brani in scaletta scorrono fluidi, continui, per un disco che seppur forse privo di una gemma emerge all’ascolto come molto coeso; alcune sonorità sono state rese più attuali senza per questo rinunciare a quello che è l’imprinting e vanno sottolineate le doti del nuovo cantante, Ronnie Platt, perfettamente calato nel ruolo.

Quelle che sono le linee guida dei Kansas le conosciamo benissimo e With This Heart, brano di apertura, ne è un preciso biglietto da visita, tra parti ritmiche condotte dall’inossidabile Phil Ehart, linee melodiche aperte e crescenti e gli interventi del violino di David Ragsdale.

Un primo esempio di quell’energia di cui parlavo prima è Visibility Zero dove il sound più classico e rotondo del gruppo di Topeka si mescola a segmenti più tirati, costruzioni dense di maggiore spinta in cui è il basso ad ergersi protagonista.

Di nuovo David Ragsdale ad aprire per un rock blues di buona fattura, The Unsung Heroes che rimanda anche ad alcune antiche atmosfere degli Eagles; una classica up tempo ballad carica di sentimento.

Sale molto l’intensità con Rhythm in the Spirit, suoni increspati e profondi si alternano a frazioni più morbide in una riuscita alternanza. La trama si infittisce man mano, spaccata da un breve ma fulminante inciso della chitarra prima di una conclusione soft che sfuma lentamente.

Una ballad acustica imperniata su chitarra, violino e la voce di PlattRefugee è sicuramente uno dei passaggi più pregnanti. emozionali. Il piano si aggiunge nella seconda parte così come i cori di Greer Ragsdale.

The Voyage of Eight Eighteen è la traccia più lunga e strutturata del disco. Una corposa fase strumentale introduttiva, tra ripetuti cambi di tempo, lascia spazio all’ingresso del cantante, accompagnato da un ritmo più rotondo e dall’incedere delle tastiere. Su di un tessuto ritmico in continua evoluzione, chitarra, violino ed Hammond si alternano nel ruolo di solista in una sarabanda crescente ed incontenibile. Credo di poterlo indicare come il brano migliore.

Un avvio molto grintoso introduce Camouflage, passaggio largo dalla melodia ascendente che ondeggia tra nette pulsioni hard rock e tonalità più tenui e romantiche; ancora una volta ad ogni modo il mix, se non originale, risulta vincente. Per contro Summer è a mio avviso il momento meno riuscito, un immersione nell’A.O.R. più prevedibile e scontato.

Ancora un episodio ben strutturato e grintoso dove la sezione ritmica letteralmente imperversa (Crowded Isolation) e quindi la conclusione, solenne e strumentale, delegata a Section 60.

Non era davvero cosa da poco tornare sulla scena con queste premesse ed invece i Kansas ne escono bene, contro ogni pronostico. Si è creata una buona alchimia tra i vecchi ed i nuovi, la cui energia può giocare un ruolo determinante; sta di fatto che The Prelude Incipit si rivela come un album vivo, propositivo, ad inaugurare forse una nuova ed insperata stagione per la band.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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