Marillion – F E A R (F*** Everyone And Run) 2016

Pubblicato: settembre 23, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontDevo dire che non mi capita spesso di rimanere come incagliato ascoltando un nuovo disco, tanto meno quando la pubblicazione riguarda una band dalla carriera ormai più che trentennale. E’ invece quello che mi è accaduto, sopratutto inizialmente, avvicinandomi alla nuova uscita dei Marillion, probabilmente una tra le più attese di questo anno.

F E A R (F*** Everyone And Run) infatti è un album che mi ha messo in difficoltà oltre il previsto benché non proponga incredibili novità musicali o di testo, nonostante renda l’impressione di ripartire da dove i nostri avevano concluso con Sounds That Can’t Be Made con, al tempo stesso, similitudini e divergenze e malgrado infine un trademark sonoro ormai inconfondibile.

e compagni hanno invisibilmente mischiato le carte del mazzo dando vita ad una partita che solo ad un approccio superficiale o incompleto può apparire quella di sempre; ribadisco che il primo ascolto mi ha lasciato abbastanza perplesso e che ne sono occorsi svariati affinché questo “maledetto” F E A R prendesse corpo, acquistando e rivelando per intero il proprio spessore. A scanso di equivoci, si tratta senza ombra di dubbio di un buon lavoro, dove emergono gusto, talento per la narrazione (oramai un punto cardinale) e tanto mestiere ma definirlo “un capolavoro” sarebbe forse un’iperbole.

Al primo impatto infatti ci sono scelte stilistiche che mi lasciano un poco dubbioso, come quella di strutturare un album composto da cinque brani poggiandolo su ben tre lunghe suite dove, inevitabilmente, a tratti la tensione viene a calare e, di contro, qualche sezione si dilunga in eccesso diventando prolissa, facendo ricorso a qualche inevitabile concessione al passato. Ci sono agganci a Sounds piuttosto evidenti, sia a livello musicale che testuale ma è pur vero che se ne colgono pochi altri, magari più pallidi, che rimandano ad Afraid of Sunlight Marbles . C’è infine una produzione, quella di Mike Hunter, sicuramente calibrata ed attenta ma forse sin troppo “accondiscendente” nei confronti della band, escludendo a priori qualsiasi azzardo.

Ed ancora, alcuni interventi di Steve Rothery risultano a mio avviso talvolta troppo compressi e misurati mentre invece è da notare come le tessiture di Mark Kelly, siano esse di piano o alle tastiere, divengano man mano sempre più pregnanti e decisive. Un Pete Trewavas al solito preciso e puntuale, presente ed un Ian Mosley che francamente sembra limitarsi all’ordinaria amministrazione. Steve Hogarth dal canto suo è il vero timoniere, catalizzante e talvolta un poco debordante.

Si tratta poi di un disco non così immediato sul piano emotivo, sulle prime leggermente ermetico ma che, a dispetto di quanto detto poco sopra, cresce esponenzialmente con gli ascolti successivi.

Le cinque tracce viste da vicino.

L’apertura è affidata ad El Dorado, una suite divisa in cinque movimenti colorata da toni inquieti e per certi versi funesti dove si può cercare un parallelismo con Gaza; finanza, politica e tragiche conseguenze della guerra ne sono in questo frangente i protagonisti. Nei fatti poi si tratta proprio del brano con cui più ho faticato ad entrare in sintonia, vuoi perché cresce davvero lentamente, poco alla volta, vuoi pure per un prologo molto dilatato (circa 3 minuti e mezzo). La partenza che segue, morbida e corale, trova in prima fila basso e piano a sostenere i consueti crescendo melodici guidati con l’usuale pathos da SH. Un primo break della chitarra conduce segnatamente nei più profondi meandri del Marillion sound, quindi una pausa sospesa segna la metà del percorso; ancora toni soffusi ma parole e riflessioni importanti nel prosieguo, un segmento che di nuovo indugia anche troppo nella ricerca dell’atmosfera anticipa una fase ascendente prima della chiusa malinconica.

Living in F E A R. Ancora dopo innumerevoli tentativi il brano del lotto che meno mi convince. Inciso presso il Real World Studios è un esempio del lato più pop della vena artistica di Hogarth che, in questa occasione, non riesce ad incantarmi. Una song onesta, colorata da suoni pregevoli e da qualche momento di qualità ma che poco di sé lascia dentro, non riuscendo a coinvolgere.

Con The Leavers prende inizio il tratto più entusiasmante del viaggio musicale. Una suite imponente che tematicamente in qualche modo si può raccordare a Montreal. Una poderosa istantanea della vita on the road dei musicisti osservata dalla parte dei protagonisti, evidenziandone gli aspetti più stranianti e stancanti, spesso dimenticati o non considerati affatto dagli appassionati. Qui i Marillion sono capaci di assestare un gran colpo perché testo e musica viaggiano su livelli considerevoli e l’atmosfera è tra le più emozionanti tra quelle create di recente. La durata notevole si alleggerisce e si stempera con una buona varietà di tempi e paesaggi sonori, piano e tastiere sono sugli scudi; di nuovo, una fase minimal, acustica, introduce l’auspicato ingresso della chitarra che si ritaglia uno spazio finalmente adeguato, un passaggio crescente che è una cascata di emozioni, un delirio sonoro che riappacifica col mondo sino all’epilogo.

Costruzione, melodia, armonia. Quando ci sono questi elementi, in buon equilibrio e con la giusta personalità, anche un pezzo più breve può fare faville: credo sia il caso di White Paper, una serie di riflessioni sull’età, sul riconsiderare da un’altra angolazione le stagioni della vita ed il tempo. Parlavo di melodia, di arrangiamento; ecco che quando i Marillion sono ispirati dimostrano di potere ancora scrivere un gioiellino come questo e vorrei nuovamente evidenziare l’importanza del lavoro descrittivo di Mark Kelly.

Per concludere, il terzo moloch, la traccia pubblicata in anteprima dalla band. The New Kings esprime delle valutazioni amare prendendo come spunto il capitalismo sfrenato dei nuovi ricchi d’Europa, gli oligarchi/magnati russi cresciuti negli ultimi 15 anni i quali dal nulla hanno accumulato ricchezze inestimabili, collocandole nei forzieri delle banche europee e non e mostrando in pubblico la faccia più arrogante e riprovevole del loro status (chi frequenta Londra sopratutto in alcune zone ne avrà avuto di certo conferma). Il divario tra le classi sociali si amplia a dismisura sotto lo sguardo tacito dei nostri governanti. Un testo a dire poco abrasivo corredato di riferimenti geografici e al cui interno si trova il verso “Fuck everyone and run“; un quadro desolante per una situazione allarmante.

Dal punto di vista musicale invece la traccia risulta solida ma in alcuni segmenti perde intensità, come se il gruppo cercasse di (mi si passi l’immagine) “allungare il brodo”. Ci sono pure alcune impennate, in particolar modo nella seconda metà del brano che risulta più movimentata grazie ad un provvidenziale inserto di Rothery ma, complessivamente, rimango dell’idea che rimanga un poco statico e ripetitivo.

Non fa eccezione neppure il sottoscritto, mi rendo conto di essere andato per le lunghe ma la particolarità di questo album probabilmente lo richiede. F E A R (F*** Everyone And Run), diciottesimo disco dei Marillion, non è così intuitivo come si potrebbe immaginare, forse meno diretto rispetto a quello di quattro anni fa (il che di per sé non è certo un difetto); è un lavoro cui bisogna dare il tempo di crescere, di ottima qualità e classe, pur se tra luci e qualche ombra.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Tonino ha detto:

    Grazie per aggiornarmi delle nuove uscite di questi gruppi e di questi musicisti Prog. Secondo me sono dei mostri sacri. Grazie veramente.

  2. Tonino ha detto:

    Grazie x gli aggiornamenti di uscite e capolavori di questi mostri sacri. Complimenti a te x le tue recensioni, posso essere di’ accordo o no, questo non importa, per me importa che sei uno che ci capisce e tanto…….grazie veramente.

  3. Parsi ha detto:

    Diciamolo, ascoltare Fear ti induce a ricredere ulteriormente nell’era Fish

  4. Michigan ha detto:

    Io non ho percepito la stessa prolissità, soprattutto in Eldorado dove percepisco la tensione sempre molto alta. Si potevano perfezionare un po’ alcuni passaggi di “The New Kings”, per me la traccia più riconducibile a “Sounds That Can’t Be Made” dal quale eredita qualche peccato originale. Il resto mi sembra più affine a “Happiness is The Road”, ma con molta più messa a fuoco e selezione.
    Detto ciò, ottima analisi di un lavoro sicuramente molto profondo. E sì, “White Paper” è un gioiellino vero, soprattutto per come testo e musica si sposano.

  5. Paolo_Paz ha detto:

    Bellissimo ed intenso album, ha bisogno di molta pazienza perchè i Marillion continuano a rimescolare le carte e sondare nuovi orizzonti di Prog. Dopo 30 anni di carriera non mi sarei mai aspettato un album così coinvolgente . Tutte le suite sono degne di nota e White Paper ha un sapore speciale. Bravi

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