frontApprodati sotto le insegne della Nuclear Blast, gli Opeth tornano alla carica con il dodicesimo e nuovo lavoro intitolato Sorceress; corredato di uno splendido art work a firma del solito Travis Smith, l’album prosegue la nuova fase della band (più volte spiegata e raccontata da Mikael Åkerfeldt) inaugurata con Heritage, sviluppata con Pale Communion ed ora spinta, probabilmente, ancora per un altro corso. A questo proposito va rilevato quindi come alla band svedese non venga meno il desiderio di espandere i confini del proprio sound.

Certo, come già avvenuto in occasione della precedente pubblicazione, il primo impatto lascia piuttosto spaesati, solo i successivi ascolti rendono il quadro molto più chiaro e definito.Sorceress è un disco che demolisce definitivamente molte delle certezze cresciute nel tempo intorno agli Opeth. stimola dubbi e domande, vive di passaggi molto intensi, rimandi ad un lontano passato (non solo necessariamente progressive), potenti accelerazioni e pure qualche episodio in tono minore; un fluire magmatico non arginabile, pur non avventurandosi mai in territori totalmente inesplorati.

E’ infatti complicato attualmente catalogarne il sound, qualsiasi etichetta/definizione finisce per risultare incompleta o comunque non perfettamente calzante e questo, a mio personale parere, va letto comunque come un titolo di merito.

Inciso rapidamente presso i Rockfield Studios in Galles, Sorceress si può definire come un disco che ruota costantemente a 360 gradi, orbitando tra antiche reminiscenze progressive, affondi di stampo hard rock, collegamenti ritmici a Pale Communion, momenti malinconici ed acustici di grande intensità (Heritage) e passaggi decisamente più pesanti, al netto del growl che Åkerfeldt sembra avere abbandonato,  Non si coglie dunque un filo conduttore ben preciso, un indirizzo predeterminato in grado di orientare o guidare l’ascolto.

Apparentemente quindi molti dei brani paiono come slegati tra loro, dotati ognuno di una propria individualità distinta e questa credo sia proprio la caratteristica principale di un lavoro che, ripeto, non è pertanto troppo intuitivo.

Una breve intro strumentale e acustica ad accompagnare una voce narrante femminile (cui seguirà un’ancora più impalpabile outro, Persephone) anticipa quella che è la vera partenza dell’album; la title track è il brano che a mio parere più si raccorda nel mood a Pale Communion. Una rullata di Martin Axenrot da il via ad un pezzo segnato dalla ritmica e punteggiato dalle note delle keyboards (Joakim Svalberg). Radicale mutamento di scenario: ritmo lento ed implacabile e riff oscuri delle due chitarre aprono la strada alla voce del front man svedese sino ad una prima pausa sospesa, quasi minacciosa; di qui e sino all’epilogo trionfale, salgono suoni ed intensità, sulla base del battere ineluttabile della batteria.

E’ di nuovo un ritmo insistito, quasi una marcia, ad introdurre The Wilde Flowers. Su di una melodia ripetuta si intrecciano segmenti delle tastiere e di chitarra, le tinte sono cupe sino ad improvvise ascese in cui il quadro si allarga, prende ampiezza. Un break soffuso ed una nuova ripartenza nella quale sono le due chitarre a prendersi la scena, poi un altra pausa; un arpeggio della sei corde, molto soft, il piano in retrovia che ricama e il timbro di Åkerfeldt che sale gradualmente…quindi, l’esplosione conclusiva.

Il più diretto richiamo al progressive del tempo che fu giunge con Will O The Wisp; è incredibile quanto questo brano rimandi ad alcune atmosfere dei Jethro Tull. La chitarra acustica, il flauto, la voce, l’andamento della melodia…tutto proietta indietro di qualche decennio e non nascondo che al primo approccio ne sono rimasto sorpreso e perplesso. Ascolti successivi invece danno pienamente ragione alla band, grazie sopratutto alla seconda parte della traccia in cui emerge prepotente la loro personalità, capace di infondere carattere e colore ad un pezzo (inizialmente) estremamente derivativo.

Ed i brani grintosi, di attacco, che fine hanno fatto ? Ci pensa Chrysalis che riesce a scuotere con il suo mix di aggressività, tiro, varietà di scenario. Uno dei momenti in cui più si ritrovano gli Opeth del passato, a patto di non rimanere sempre e  solo ancorati al tempo che fu; questa ne è la versione heavy odierna, prendere o lasciare. Tra l’altro voglio sottolineare il lavoro incredibile di Svalberg, sempre più importante.

Un link a Heritage si può cogliere nella delicata e malinconica Sorceress 2, un passaggio emozionante poggiato su di una tessitura finissima. A mio avviso su questo versante gli Opeth mostrano capacità magistrali e credo possano regalare ancora tante sorprese.

Tra suoni e profumi del medio-oriente si muove ipnotica The Seventh Sojourn, un episodio che mi ha fatto scattare un parallelo con il caratteristico sound dei Orphaned Land. Dico subito che non è il brano che più mi ha colpito, piuttosto atipico e non perfettamente aderente al gusto di chi scrive; la sezione conclusiva, quasi onirica e a sé stante, ne riporta parzialmente in alto la quotazione.

Uno dei momenti migliori e, di nuovo, sorprendenti. Strange Brew vive un avvio morbido, imperniato su piano e voce, seguito dalle consuete pacifiche e solitarie divagazioni della chitarra. All’improvviso la band parte simultaneamente con un ritmo forsennato ed il pezzo cambia in toto con uno spaccato strumentale travolgente. Un break guidato dalla voce solista lascia poi spazio ad un consistente segmento di stampo hard rock nel quale le chitarre di Fredrik Åkesson ed  Åkerfeldt divengono incontenibili. Si avvicendano così gli stati d’animo, pennellate malinconiche e profonde e rabbiose accelerazioni.

A Fleeting Glance tiene ancora alta la tensione, pur esprimendosi su di una linea musicalmente diversa, più vicina a quella nelle corde del quintetto. Si torna a lambire il sentire del disco precedente, tra arpeggi “medioevali” messi a contrasto a sezioni più dinamiche, ritmicamente più articolate e completate da pregnanti interventi della chitarra. Una traccia molto coinvolgente.

Ultimo vero brano in programma, Era. Un lungo prologo del piano e poi una brusca e ruvida partenza in cui Axenrot recita da mattatore. Strana e particolare la linea melodica cantata da MÅ, quasi noiosa e priva di uno sbocco ad un primo contatto; solo insistendo con gli ascolti il brano si svela nella sua compiutezza. Dotato di gran tiro, mosso, sicuramente anche il più diretto e immediato.

In chiusura devo ripetermi, il sound della band di Stoccolma è ormai troppo sganciato dal passato ed a questo proposito ritengo saggio evitare confronti che, credo, non abbiano ragione di essere. Sorceress,volendo, lo si può legare tramite un filo invisibile ai due album precedenti con l’avvertenza che, anche rispetto a questi, imbocca forse una direzione alternativa. Guai fermarsi a pochi rapidi ascolti, non è così malleabile; a mio avviso un album interessante cui forse però un pizzico di maggiore coesione avrebbe giovato.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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