frontLa nuova fuoriuscita di Carl Groves per i Glass Hammer significa non solo una riduzione della line up ma, sopratutto, il ricadere sulle spalle di Susie Bogdanowicz di parte del comparto vocale. Instancabili, pubblicano Valkyrie, l’ennesimo album della loro carriera, release n. 17 per l’esattezza.

E’ trascorso soltanto un anno e mezzo dall’ottimo The Breaking of the World ma ancora una volta il duo BabbSchendel ribadisce di essere musicalmente famelico ed iper-produttivo, talvolta rischiando a mio avviso di inflazionare il proprio catalogo; è anche vero però che le ultime due pubblicazioni hanno dato loro ragione su tutta la linea e dunque…non resta che verificare come sono andate le cose questa volta.Valkyrie è un concept album che ritrae le vicende di un giovane soldato impegnato al fronte, in cui arde inesauribile il desiderio di fuggire dagli orrori della guerra per fare ritorno a casa dalla sua amata; testi e musica dunque sono orientati a descrivere sopratutto emozioni, spesso anche contrastanti tra loro ma destinate ad ogni modo a lasciare un segno.

Da un punto di vista strettamente musicale, fermi restando i ruoli cardine degli straripanti Steve Babb (basso e voce) e Fred Schendel (tastiere e voce), c’è da registrare un notevole apporto al microfono del duo e, forse, un progressivo coinvolgimento nelle strutture degli altri due musicisti con un effetto di ulteriore coralità. Per contro, mancano alcune di quelle zampate che il gruppo del Tennessee ha saputo dare in passato; c’è un livello tecnico della consueta qualità ma le soluzioni attuate sono raramente originali.

Bisogna sottolineare però, lo ricordo, che si tratta di un concept e dunque il legame storia-testi-suoni è molto più stretto e vincolante che in altre occasioni.

Il timbro di Susie Bogdanowicz d’altro canto, sulla lunga distanza diviene un poco monocorde ed in alcune circostanze non così espressivo mentre in altre (più favorevoli), come vedremo, è molto a fuoco.

Esaurite le considerazioni di carattere generale, diamo uno sguardo alle nove tracce in scaletta.

Apre il basso pulsante di Babb per The Fields We Know, un avvio estremamente ritmato nel quale subito non mancano di farsi sentire pure le keyboards. Una planata su suoni più morbidi consente l’ingresso della voce della singer, cui segue la ripresa del tema principale. Comincia ad emergere la chitarra di Alan Shikoh, buone le variazioni della batteria (Aaron Raulston), ma a tenere banco è il trio basso-tastiere-voce prima di un segmento strumentale a chiudere.

Ancora ritmo a profusione con molti stacchi per Golden Days; è un prog sinfonico molto narrante quello che i Glass Hammer offrono in questo frangente, la musica segue e rappresenta da vicino il plot in ogni momento. Un pezzo gradevole e molto ben suonato con una seconda sezione in area fusion molto avvolgente.

Ben 14 minuti sono necessari all’intero svolgimento di No Man’s Land, snodo principale del disco. Un sontuoso e onirico abbrivio incentrato sul lavoro di Schendel precede un tema sincopato e frammentato allo stesso tempo, è sempre la ritmica ad impostare la trama su cui poggia la voce della Bogdanowicz; il lavoro vocale a supporto dei due band-leader è palpabile e continuo ma forse non proprio di grana fine. La fase centrale è imperniata invece su di una possente digressione strumentale che, gradualmente, guida ad un epilogo serrato in cui torna la chitarra.

Nexus, un breve ma profondo  passaggio infarcito di ritmo, sonorità space e in odore electronicFred Schendel docet e quindi è il momento della title track, una traccia inquadrabile come prog ballad immaginifica, attraversata da intensi spaccati divisi tra keyboards e sei corde, tesa a fare risaltare il breve intervento della cantante.

Seguono due robusti episodi. Fog Of War si dipana nella prima parte come strumentale, poi la melodia cantata risulta a tratti un poco macchinosa ed il complesso delle voci non riesce a mio avviso a convincere. L’incedere mosso e articolato avrebbe fatto preferire forse una struttura priva di parti vocali. Dead And Gone esprime profonda malinconia attraverso la singer su di un arrangiamento inizialmente piuttosto ridotto e, aggiungo, prevedibile; provvidenziale allora un timido break della chitarra che inaugura una sezione più movimentata. La ripresa del tema centrale, seppure crescente, non aiuta molto il brano ad elevarsi.

Due passaggi in deciso chiaro-scuro dunque, precedono i due conclusivi dove muta radicalmente il mood e con esso anche la resa di alcune componenti; un arpeggio genesisiano invita al canto Susie Bogdanowicz in una song romantica, dolce, costruita evidentemente intorno alle sue caratteristiche e dove finalmente riesce a regalare una prova convincente. Una fuga delle keyboards “strappa” quindi un seconda frazione tirata e strumentale, ben calibrata (Eucatastrophe).

Su questa direzione giunge l’epilogo. Note distanti del piano ad introdurre Rapturo; un crescendo orchestrale ospita una cantante ora ispirata ed a suo agio su certe atmosfere molto emozionali. Suoni a cascata, inesorabili, incorniciano di certo la sua prova migliore.

Un disco particolare questo per i Glass Hammer, indubbiamente Valkyrie vira su di un percorso differente, tra qualche chiaro-scuro; se musicalmente è a tratti impeccabile pur nella scarsità di proposte inedite, sul versante vocale non mi ha conquistato. Incerti Babb Schendel, non sempre efficace la Bogdanowicz.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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