Van Der Graaf Generator – Do Not Disturb 2016

Pubblicato: ottobre 3, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontSono trascorsi undici anni da quando il generatore ha ripreso vita (Present). Da quel momento sono seguiti altri due lavori, oltre uno puramente sperimentale, che hanno visto la formazione ridursi pesantemente di una unità; ciò nonostante i gloriosi Van Der Graaf Generator hanno dato impulso ad una nuova fase della loro carriera, presumibilmente l’ultima. Spifferi e voci di corridoio, fonti più o meno autorevoli, vogliono infatti che Do Not Disturb, tredicesima uscita della storica band pubblicata per Esoteric Antenna, sia il canto del cigno, l’album con il quale il trio abbia deciso di salutare definitivamente i fans ed abbandonare la scena.

In tutta onestà non so se questo corrisponda al vero ma lo ritengo plausibile, a fronte del fluire inesorabile del tempo che per forza di cose sottrae energie.

Ad ogni modo la chiave di accesso per il giusto approccio a questo disco sta (al solito ed in questi casi sopratutto) nell’evitare paragoni avventati con titoli che fanno parte ormai di una stagione lontanissima; cercare di rimanere all’attualità e, tuttalpiù, azzardare qualche parallelo da Present in poi, mi pare la lettura più sensata.

Do Not Disturb si presenta a mio parere come un album ondeggiante, tra passato e presente, tra passaggi messi meglio a fuoco ed un paio che destano forse qualche perplessità ma, al di la di questo, ciò che resta al centro dell’idea sono le atmosfere che si creano, il legame tra alcuni momenti sonori ed i testi e quella consueta sensazione “ultimativa” che si diffonde nell’aria ascoltando il timbro di Peter Hammill; una voce sicuramente segnata dagli anni, non più in grado di raggiungere le vette espressive di tanto tempo fa ma ancora terribilmente magnetica e catalizzante, capace comunque di inchiodare all’ascolto.

Aloft, il brano introduttivo, offre una traiettoria ad arco, una curva che parte da un aggancio dolce a A Grounding In Numbers per procedere poi a ritroso, mutando volto, fino a ripescare sensazioni provenienti dall’epoca di World RecordsHugh Banton colora la tavolozza sonora aggiungendo una fisarmonica su di un ritmo gradualmente in crescendo. E’ proprio la batteria di Guy Evans ad imprimere un cambio deciso di passo nella parte centrale con PH alla chitarra, prima della reprise del tema portante guidato da voce e organo.

Una finestra sul passato: rumori caotici e sirene nel traffico cittadino, il rombo di un’auto; si tratta di una…Alfa Berlina. Sono nuovamente l’organo ed un ritmo pieno, regolare, ad accompagnare la voce di Hammill qui particolarmente ispirato e malinconico, con un occhio rivolto alla gioventù, agli anni d’oro della band ed a un’epoca ormai tramontata. Il chorus è da brividi.

Piano e voce, un lavoro morbido e gentile alle pelli…così, con discrezione, prende il via Room 1210, pezzo che come è facile intuire narra della vita in tour di un musicista e di come le camere degli hotel divengano gli unici momenti in cui potere rilassarsi e rimanere soli. Le sonorità si intrecciano, la trama si fa via via più fitta e ipnotica mentre Peter Hammill trova ancora qualche guizzo inaspettato; a parte questo, la capacità sua e della band di tracciare un grafico emotivamente impazzito è inalterata.

Un episodio molto ritmato spezza il mood che fin qui ha guidato il disco. Forever Falling ripropone PH alla chitarra in un passaggio serrato, per certi versi “fuori controllo” come già proposto in passato. Brano tirato e diretto, dove la complessità della costruzione passa in secondo piano.

Una tipica espressione giapponese il cui significato, a spanne, corrisponde a “le cose vanno così, sono inevitabili”; Shikata Ga Nai è un breve interludio strumentale figlio del rapporto particolare di Hammill con il Giappone e può in questo caso assumere una particolare valenza.

Una pausa fugace per poi riprendere a fare rock (in salsa VDGG ovviamente) con  (Oh No, I Must Have Said) Yes, un episodio che se non rimarrà indimenticabile per la prima parte, si fa invece molto apprezzare per un prosieguo jazzy decisamente atipico.

Sin qui dunque un primo blocco assolutamente da gustare, un nucleo centrale a mio avviso di livello inferiore ed ora, un valido trittico per chiudere. Aperta da note del piano, basso e da un drumming soffuso, Brought to Book ci riconsegna il front man ispirato ed intimo amato da tanti appassionati; è Hugh Banton poi a lanciare la traccia temporaneamente su di un altro indirizzo ma è un fuoco di paglia, il mood jazzato sembra tornare a prendere il sopravvento. Si instaura dunque una continua alternanza, l’uno viene “spezzato” dall’altro, accelerazioni frenano davanti ad improvvisi ripiegamenti e viceversa, un andamento tumultuoso ed appassionante che riesce a lasciare il segno.

Almost the Words torna ad un suono minimale, piano, voce e basso con pochi tocchi di Evans in sottofondo, come immergersi in acque calme, accoglienti e conosciute, sensazioni già vissute ma alle quali non è possibile rinunciare. Deputato alle variazioni, Hugh Banton anima il pezzo nel finale con un travolgente intervento, tallonato dalla batteria.

Giunge il momento dell’ultimo brano e, a giudicare da alcuni versi del testo, diventa davvero lecito porsi domande sul futuro del gruppo. Go è appunto il momento più intenso ed emozionale dell’album, per i suoni, per l’arrangiamento, per le parole (Time to leave – close the door…It’s time to let..go/ more or less, all for the best, in the end it’s all behind you) e non nego di avere fatto qualche lacrima ascoltandola.

Se ci deve essere il commiato che sia questo, che sia così e grazie per sempre ai VDGG per tutto quello che hanno saputo regalare al progressive ed alla musica in generale ! Era scontato che Do Not Disturb non potesse ambire allo status di capolavoro ma, pur con un paio di cadute di tensione, non credevo potesse raggiungere comunque questo livello.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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