Mono – Requiem for Hell 2016

Pubblicato: ottobre 10, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontLa Divina Commedia, Dante e Beatrice; questi i principali input narrativi che hanno ispirato la composizione di Requiem for Hell, il ritorno dei giapponesi Mono a due anni di distanza dall’uscita dell’accoppiata The Last Dawn / Rays of Darkness.

Il nuovo lavoro del quartetto ripropone in veste di produttore, dopo sette anni, Steve Albini e questo è un particolare che non si può ignorare; il sound infatti ridimensiona parzialmente alcune delle recenti pulsioni più sperimentali e sembra dunque come riavvolgere il nastro, viaggiando indietro nel tempo. Paesaggi sonori fiabeschi, emozioni apicali di matrice diversa vengono ritratte in musica con la consueta sapienza e quel refolo di misticismo orientale che i Mono possiedono nel DNA.

In Requiem for Hell così si ritrovano le visioni leggendarie riprodotte dal quartetto nipponico; quando in un crescendo ancestrale ed irrefrenabile, come nell’introduttiva Death in Rebirth, guidata inizialmente dalle chitarre di Yoda Suematsu Taka Goto. Subito infatti prende corpo un’atmosfera carica di dramma, di pathos, sostenuta da un ritmo battente e marziale, una spirale sonora in grado di irrompere e travolgere con la sua spinta ascensionale sino ad un epilogo noise.

Diversamente, l’energia può venire canalizzata su direttrici romantiche ed intime ed al tempo stesso perdute nell’infinito, come nel caso di Stellar. Il suono di archi ed il piano (Tamaki Kunishi) celebrano una sorta di viaggio intergalattico nell’eterno silenzio dello spazio, un fluire continuo di pensieri ed emozioni come una traccia luminosa nell’immensità del tempo.

Complessa ed articolata, la title track è uno dei brani più lunghi scritti dai Mono, poco meno di 18 minuti. Il lungo e morbido prologo indirizzato dalla chitarra di Takaakira Goto sfocia in una fase più ritmata in cui la batteria si erge al ruolo di riferimento (Yasunori Takada). La seconda parte cambia profilo, assume contorni più ispidi, i suoni divengono acuminati, aggressivi, in alcuni passaggi quasi fuori controllo, in un delirio di stampo crimsoniano.

Chiudono due episodi di grande intensità. Ely’s Heartbeat, scelta come singolo, apre morbida sui suoni di un synth, raddoppiato poi da arpeggi delle chitarre; un drum beat lento e costante accompagna il progressivo crescendo della tensione, denso al solito di quel senso ipnotico tipico di questi soundscapes.

The Last Scene si può forse interpretare come la summa dei tratti più emozionali e viscerali della band, qui l’immaginario viene rappresentato e stimolato ai massimi livelli tra momenti di grande intensità e ricami melodici carichi di malinconia e solitudine: da questo punto di vista la vera perla del disco, sonorità davvero suggestive.

Quando a distanza di anni un gruppo è ancora in grado di sfornare un buon album, beh…credo sia doveroso rendergliene merito. L’ambito musicale in cui si muovono i Mono probabilmente ha già declinato tutto il possibile ma è indubbio che il lavoro dei giapponesi non risulta mai banale; non lo è neppure Requiem for Hell, da ascoltare tutto d’un fiato.

Max

 

 

 

 

 

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