Stick Men – Prog Noir 2016

Pubblicato: ottobre 16, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontCon i King Crimson rientrati in gioco e a breve attesi in tour in Italia, Tony Levin e Pat Mastelotto insieme al fido Markus Reuter rilanciano sul versante Stick Men con Prog Noir, quinta fatica in studio per il power trio.

Quattro anni ci separavano da Deep, l’ultima uscita della band e devo dire che, a parte alcuni inserti vocali (mancanti dall’esordio), da un punto strettamente musicale e di composizione poche novità si segnalano tra i solchi dell’ultimo disco. I nuovi brani al solito si articolano poggiando sulle immense qualità dei tre musicisti, ognuno esponente di vertice nel proprio ambito; per lo più strumentali, mettono ancora una volta in luce la grande intesa e l’energia che essi sono in grado di esprimere.Parlando di Stick Men per analogia si pensa spesso ai KC ma di questi Levin e soci rappresentano se mai l’estensione delle ultime formazioni cremisi, senza dubbio quelle più sperimentali: tensioni vorticose, ritmi a spirale e contro-tempo a volontà, sonorità che si inseguono perennemente, senza però quel senso di “estremo” o di “irreversibile” presente spesso nelle tracce di Fripp e la sua band.

E’ più palpabile invece un fitto dialogo, un fraseggio ripetuto tra gli strumenti che non lascia spazio a molta immaginazione ed è destinato ad un ascolto sicuramente attento e dedicato ma, sotto alcuni aspetti, più continuo; inutile sottolineare che si tratta di un disco per lo più strumentale e dunque le considerazioni appena fatte devono necessariamente essere filtrate attraverso questa lente di ingrandimento.

Un’ambientazione cupa e la voce del chitarristale possenti note del Chapman stick di Levin, il drumming solido, ipnotico ed inappuntabile di Mastelotto (la spinta propulsiva dei due è impressionante), gli inserimenti della touch guitar di Markus Reuter; una partenza di peso e che cattura l’attenzione, questa è la title track, uno degli episodi cantati.

Mantra riporta il discorso su un dialogo puramente strumentale facendo capo essenzialmente ad un tema sul quale le principali variazioni melodiche sono ovviamente affidate alla U8 touch guitar ed alcuni contrappunti del bassista.

Un altro brano che prevede parti cantate, PlutoniumStick in apertura e voce di TL, il mood oscuro contrasta con un senso di zappiana follia con una ilare citazione di Orff  ed un refrain catchy. Un break lacerante della chitarra e poi la seconda fase dove invece viene citato Tchaikovsky.

The Tempest, scelta come singolo, è un tracciante ritmico di buona intensità, denso ma al tempo stesso con una certa propensione ad un senso di maggiore leggerezza, con qualche aggancio “cremisi” primi anni ’80.

Aumentano i giri con Schattenhaft, forse il migliore episodio dell’album. Qui il lavoro del trio (e della coppia ritmica in particolare) è assolutamente da non perdere, micidiale per tecnica, inventiva e capacità di sfornare soluzioni di alto profilo.

Un assaggio delle qualità armoniche di Tony Levin arriva con la soffusa Rose in the Sand / Requiem, accompagnato dal solo Reuter. Un viaggio indietro nel tempo invece, tra fughe ed arpeggi e quindi l’ingresso graduale ma crescente della batteria (Leonardo).

Ancora un dialogo serrato e di grande livello fra i tre con richiami crimson (Trey’s Continuum). Un passaggio ipnotico ma forse un poco ripetitivo, senza via d’uscita (Embracing the Sun) e la chiusa più larga ed ariosa, meno claustrofobica, in cui trovano maggiore spazio la Touch Guitar e la voce (Never the Same).

Come già in passato anche questo nuovo disco dei Stick Men si pone in una nicchia di tutto rispetto, dove la qualità e la tecnica non sono certo degli optional. Prog Noir tra l’altro offre pure degli spaccati vocali che in qualche modo alleggeriscono l’ascolto anche per quella fetta di pubblico meno incline a certe sonorità; sicuramente da ascoltare ed apprezzare.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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