Kaipa DaCapo – Dårskapens Monotoni 2016

Pubblicato: ottobre 17, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontRoine Stolt ritorna con i Kaipa riunendo parte della formazione originale, quella degli anni ’70, e con essa riprende a suonare i brani dei primi album, ormai lontani nel tempo e cantati in svedese. Un moto di nostalgia, forse il desiderio di rinverdire una stagione passata; sta di fatto che un progetto nato essenzialmente live nel giro di un paio di anni si è tradotto nella realizzazione di un album intitolato Dårskapens Monotoni sotto l’esplicativo moniker Kaipa DaCapo.

Personalmente sono rimasto un poco sorpreso in merito a questa iniziativa, anche perché ancora non ho messo a fuoco come si inserisca e cosa possa determinare in futuro all’interno della galassia della band scandinava; d’altra parte però la curiosità di ascoltare è piuttosto vivace.La line up radunata intorno al biondo chitarrista e produttore di Uppsala prevede la sezione ritmica originaria, formata da Tomas Eriksson (basso) ed Ingemar Bergman (batteria); oltre a questi completano il roster Max Lorentz alle tastiere ed il fratello di StoltMichael, come voce e secondo chitarrista. Presenti pure cantanti e musicisti aggiuntivi.

L’album, un’ora abbondante la sua durata, è formato da sette brani dei quali quattro piuttosto consistenti ed in buona sostanza regala due facce: ad un avvio piuttosto bloccato su trame e sonorità nostalgiche del tempo che fu, segue invece una seconda parte più brillante ed efficace, in cui la band sfodera tutti gli aspetti migliori del proprio repertorio, proponendo anche soluzioni alternative e forse meno scontate.

Posto che l’idioma svedese non aiuta molto nella comprensione dei testi, devo per forza di cose limitarmi a raccontare il solo lato musicale delle composizioni. La lunga title track posta in apertura farà sicuramente la felicità degli affezionati del gruppo, fedele nello schema a molte cose prodotte nel tempo; una ritmica sempre dinamica, importanti segmenti delle keyboards, la consueta alternanza tra mood e, su tutti, la chitarra di Roine Stolt a prevalere.

Della stessa durata, 10 minuti abbondanti, När Jag Var En Pojk apre con il sapore di rock-blues ballad, il timbro caldo di Michael Stolt in primo piano; ritmo che sale progressivamente e con esso il registro del cantante. Un primo break della chitarra precede un breve interludio sospeso e poi si scatena l’Hammond, doppiato dalla sei corde. La fase conclusiva, strumentale, trova colorazioni fiabesche.

Vi Lever Här (trad. Noi viviamo qui) è un pezzo in tono un poco dimesso, piatto e dai suoni non propriamente travolgenti, è forse la trama meno coinvolgente, solo in parte ravvivata dall’intervento di una steel guitar (Peter Lindberg).

Ecco che qua l’album cambia marcia, lo spartito non è più solo quello conosciuto, l’omaggio al passato è stato ormai tributato. Det Tysta Guldet sono 10 minuti di un sound più calibrato, curato, in cui alcuni crescendo hanno un’energia incontenibile e i rimandi tra keyboards e chitarra sono davvero di grana fine. La qualità della struttura acquista spessore ed il solo bollente che piazza RS prima della chiusa, epica, rimane da incorniciare.

Declinato da un romantico arpeggio della dodici corde, Spår Av Vår Tid è il brano che dal lato emotivo regala più gioie. Voce, synth e linee di basso sullo sfondo anticipano un’apertura melodica da brividi, impossibile qui non pensare ai Genesis ma, al tempo stesso, anche agli attuali Big Big Train. Il pathos è destinato ulteriormente a salire grazie a buoni impasti vocali ed a uno svolgimento molto dolce nel suo complesso.

Tocca dunque al passaggio più cospicuo nel minutaggio (17′), Tonerna. Gran ritmo, siamo quasi in territorio fusion sino a che sono di nuovo l’Hammond B3 ed un sax (Ludde Lorentz) a contrassegnare fortemente il pezzo. La corposa digressione strumentale si estende sino ad un inserto di RS che introduce l’ingresso del singer, per una parte polifonica e più soffusa, rotonda. Robuste frazioni strumentali e brevi parti cantate si susseguono dunque, intervallate da suggestivi break della chitarra o delle keyboards, sino alla conclusione.

Monoliten completa la scaletta tra tinte morbide ed il suono della steel guitar. Un Michael Stolt particolarmente ispirato, echi e riverberi di suoni che rimbalzano da una parte all’altra, i consueti e preziosi ricami di Roine Stolt.

Come ho premesso dunque Dårskapens Monotoni rivela due velocità; a mio avviso la seconda e preponderante parte è molto più a fuoco e ricca di spunti rispetto ai primi tre brani, coerenti e ben suonati come al solito ma troppo in debito col passato. Nel complesso una buona prova che però poco aggiunge al fornito catalogo dei Kaipa.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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