frontSuccessivamente alla pubblicazione di White Light Generator (2014) i Crippled Black Phoenix hanno vissuto un vero e proprio scisma, culminato con il brusco allontanamento del chitarrista Karl Demata e la seguente pesante disputa tra lui ed il band leader Justin Greaves. Non era certo questa la pausa di decompressione che auspicavo chiosando in merito alla precedente uscita; all’interno di una band si possono modificare o rompere alcuni equilibri con conseguenze spesso imprevedibili.

Il primo segnale di rinnovamento è giunto quindi l’anno scorso con New Dark Age, una sorta di lungo EP comprendente due inediti (validi) ed una particolare rilettura di Echoes dei Pink Floyd; con la nuova line up esce ora Bronze, ultima fatica della nutrita formazione inglese.I volti nuovi scelti da Greaves comprendono il ritorno della voce di Belinda Kordic, sua compagna nel progetto alternativo Se Delan, il chitarrista svedese Jonas Stålhammar e la pianista e cantante Daisy Chapman, innestati su di un “corpo” collaudato ma comunque camaleontico.

Bronze ad ogni modo riprende il filo tracciato con l’album precedente e se mai ne evidenzia ulteriormente alcune caratteristiche che hanno portato il suono della band abbastanza distante da quello degli esordi; permangono dunque, in ordine sparso, agganci con il passato piuttosto percepibili ma la tendenza si conferma quella di aprire il ventaglio delle possibilità, in alcuni casi con successo ed in altri con intuizioni magari meno pregnanti o, comunque, poco propense a decollare con la necessaria determinazione.

Il disco infatti, a mio parere, vive due fasi nettamente distinte con una partenza piacevole ma priva a tratti dell’indispensabile focus ed una seconda parte invece decisamente più godibile e centrata, posto che dell’eco di quelle travolgenti cavalcate di anni fa non è rimasto molto.

Da sempre estremamente trasversali, i CBP stanno nuovamente mutando pelle e questa rischia di diventare un’arma a doppio taglio, nel senso che se da un lato è ammirevole la voglia di mettersi costantemente in gioco, da un altro ciò li rende quasi inafferrabili e, alla lunga, non so immaginare che conseguenze possa avere.

Restando al presente, il nuovo disco si apre con Dead Imperial Bastard, una suggestiva e drammatica intro di stampo space rock, tra voci fuori campo, sonorità programmate e solenni.

Voci e urla tribali precedono l’inizio di Deviant Burials, un lento doom-crescendo che sfocia in un passaggio tirato e molto cadenzato, in cui le tastiere di Mark Furnevall, la chitarra ed il piano si scambiano alla guida della linea melodica in uno strano incontro tra Black Sabbath Pink Floyd.

Un episodio in cui la tensione ritmica e le frecciate della sei corde sono i pilastri principali ma che pecca di originalità (No Fun) ed è il turno di Rotten Memories, ballad breve e contenuta dove la voce del chitarrista Daniel Änghede beneficia della giusta intensità.

Champions Of Disturbance (Pt 1 & 2), pezzo di una durata rilevante e quasi interamente strumentale, chiude la prima parte di Bronze tra luci e ombre, in un andamento un poco discontinuo e talvolta non troppo ispirato.

Goodbye Then inaugura una seconda fase del disco più coesa ed equilibrata; brano di buona densità e profondità, imperniato su di un’atmosfera sospesa che ne è la guida principale. I Crippled Black Phoenix come detto non sono nuovi alle cover: tocca questa volta a Joe Walsh ed a una versione scintillante della sua Turn To Stone, chitarra in gran spolvero tra wha-wha e distorsore, assoluta padrona della scena.

Suoni cupi, la voce di Belinda Kordic e quindi il piano ad aprire per Scared And Alone, un mood vagamente opprimente come suggerisce il titolo, spezzato dall’ingresso della chitarra e da un provvidenziale cambio di tempo. Come in un gioco di specchi si alternano i due movimenti, in uno scambio ripetuto, chiuso da un crescendo parossistico.

Winning A Losing Battle, il brano più lungo, ritrova apparentemente uno svolgimento più largo pur se inframmezzato ad inserti malinconici affidati per lo più ad arpeggi della chitarra. Passaggio intriso di psichedelia, tanto cara alla band britannica ma con un robusto nucleo centrale dai toni funerei.

Chiude We Are The Darkeners, inesorabile ed a suo modo epica, ascendente.

Complessivamente una prova positiva ancorché perfettibile, Bronze inaugura una nuova stagione per i Crippled Black Phoenix, una fase in cui per lunghi tratti la band si discosta sensibilmente dal passato proiettandosi verso un futuro di buone prospettive, anche se ancora non interamente decifrabile.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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