Neal Morse Band – The Similitude Of A Dream 2016

Pubblicato: novembre 18, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontCon un imponente e monumentale doppio album della durata di ben 106 minuti scende in campo nuovamente Neal Morse con la Neal Morse Band in formazione invariata rispetto alla precedente uscita (The Grand Experiment).

The Similitude Of A Dream, un concept pubblicato per Radiant Records, si ispira alle vicende descritte da John Bunyan (prete battista e scrittore inglese del ‘600) nell’opera di letteratura a sfondo religioso intitolata The Pilgrim’s Progress.

Per quanto concerne il musicista americano permane forte dunque il legame con tematiche di fede e sacre, divenute nel tempo forse uno dei principali volani compositivi.Fedele alla migliore e più consolidata tradizione, Neal Morse lancia così un altro lavoro dai toni epici ed enfatici, magniloquenti, nel quale, se i testi rimangono suo appannaggio, la musica vede ancor più incrementato l’apporto di tutti gli altri componenti, in particolar modo di Mike Portnoy.

Ovvio che, dilatandosi molto la durata rispetto al predecessore, la valutazione generale debba tenere in considerazione anche questo elemento, aggiungerei in modo imprescindibile. Ecco che dunque si può cercare pure una visione particolareggiata di ognuno dei due CD ma sarà solo l’intero a fornire l’esatta percezione della grande mole di lavoro svolta dalla band.

Ho sempre apprezzato la scrittura di NM, con e fuori dai Spock’s Beard ma, parlo a titolo strettamente personale e lo sottolineo, talvolta mi ha lasciato un poco perplesso l’eccessiva prolissità, un volere sviscerare e ribadire alcune parti andando a scapito della sintesi. Da un punto di vista del minutaggio dunque questo nuovo album si pone come piuttosto impegnativo, nel senso che è complicato mantenere alta la giusta tensione per un’ora e tre quarti.

Dodici brani per il primo CD, undici per il secondo: un impatto complessivamente positivo, pur se tra qualche (evitabile) caduta e la mia cocciuta idea che, probabilmente, alle volte con meno si potrebbe fare di più. Sommando ben 23 pezzi immagino noioso per chi legge passarli al setaccio singolarmente, anche perché, trattandosi di un concept, è bene non perdere di vista il quadro d’insieme.

Quindi, per quanto riguarda il primo CD (a mio parere più incisivo) voglio senz’altro segnalare il duo di apertura (Long Day – Overture) che è utile a calarsi nello spirito della vicenda narrata e rimanda subito precisi segnali della forza di impatto del gruppo, con un dialogo possente e serrato tra i vari strumenti ed un Portnoy in condizioni smaglianti. Di qui si può dire che tutto (o quasi) procede al meglio; viene infilato un filotto di brani interessanti, privi di spunti innovativi ma scritti e suonati con sapienza.

Segnalando i principali: due brevi bozzetti (The Dream, una ballad We Have Got To Go, molto più mossa), le tastiere ed il drumming in primo piano per la melodia avvolgente di Makes No Sense, il ritmo micidiale imposto dalla coppia Randy George – Mike Portnoy per la tiratissima Draw The Line ed il suo naturale proseguimento strumentale, The Slough (ottima la chitarra di Eric Gillette). Il ritmo cadenzato del piano di Bill Hubauer per la variegata The Ways Of A Fool, dove si incontrano tra loro Beatles, Procol Harum Supertramp prima di un vero trionfo melodico. So Far Gone a riprendere le fila più classiche di certo heavy prog.

Il secondo disco, globalmente, è meno coeso anche se parte col piede giusto grazie alla scoppiettante Slave To Your Mind. Evidenzio pure la “zeppeliniana” The Man In The Iron Cage, il ritmo rotondo e crescente ed i tappeti di keyboards di The Road Called Home, l’intensa tenerezza e le belle linee del basso in Sloth, la potenza racchiusa in tre minuti di The Battle ma, sopratutto, la drammatica ed epica energia dello splendido epilogo, Broken Sky/Long Day Reprise, un vero marchio di fabbrica, indelebile.

Per chiudere, la mia valutazione è sostanzialmente positiva pur notando un sensibile dislivello qualitativo tra i due CD. E qua, di nuovo, mi trovo costretto a riproporre l’annoso quesito: perché non cercare di sintetizzare, di distillare ancor più finemente il materiale ? Pollice alzato per The Similitude Of A Dream ma, a mio modesto parere, avrebbe potuto risultare superiore.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Massimo ha detto:

    Personalmente ritengo che il tema riguardante l’essere prolisso, il ridondare di Neal stia diventando una considerazione ripetitiva, al pari delle critiche su alcune sue lunghissime suite.
    A Neal piace, a volte, ‘esagerare’ con i minutaggi…ok…può piacere o meno, ma non dovrebbe, a mio parere, diventare il solito sparti acque della sua musica.
    Sempre a mio parere, dopo aver ascoltato il suo ultimo lavoro per la terza volta tendevo a ritenere il primo cd più bello e completo…dal quinto ascolto in poi ho realizzato quanto il secondo cd sia bello quanto il primo.
    Trovo questo lavoro sia suonato da tutti i componenti in modo straordinario, trovo ogni nota pertinente e al posto giusto, trovo che questo lavoro renda perfettamente, in musica, l’idea del viaggio e del racconto.
    Trovo che tutte queste cose siano musica per le mie orecchie e che The Similitude of a Dream sia un bellissimo lavoro…tutto qui.
    Anche Wirldwind era un lavoro lunghissimo…, ma è un’opera incredibile…sempre a mio avviso.

    • grandissimo musicista… l’unica cosa e che io di ripetitivo trovo solo le tematiche.. è probabilmente un mio limite ma trovo un spreco enorme concentrarsi in maniera così totalitarista solo sul tema cristiano….
      mi piacerebbe piu varietà .

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