MY PLAYLIST #2

Pubblicato: dicembre 15, 2016 in Recensioni Vintage
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I don’t know where you end, and where it is that I begin.
You simply open my mind, and the memories flood on in

(Peter HAMMILL, Vision)

 

PLAYLIST #2

Universo al contrario. Un viaggio che solo la musica, la tua musica, può consentirti. Un viaggio a ritroso, nel tempo, nella tua mente, ma improvvisamente anche in avanti, o di lato, per tornare al punto di partenza e disegnare un tuo spazio, un tuo orizzonte; un inganno, perché riesci ad intravedere qualcosa di te in un modo che ti sembra più definito, per tornare poi di nuovo indecifrabile ad ogni spiegazione più razionale. Il mistero copre l’inizio del viaggio. Molte volte sei tu a volerlo: ricerchi quel pezzo e conosci gli effetti. Altre volte la scossa ti arriva involontariamente, quando quella sequenza di note o di parole che conosci ti arriva in un momento inaspettato, in modo casuale (come amo la riproduzione casuale…), e il tutto assume il valore nuovo di una riscoperta.

Qualche volta, è raro, ma è bellissimo,  a farti sprofondare è una musica che non hai mai sentito, che percepisci già al primo ascolto come capace di fermare il flusso delle mille occupazioni, e che hai iniziato già a conservare nel tuo cuore con la ripromessa di un ascolto più attento, aperto. Non ha importanza il genere, se si tratti di materiale nuovo o vecchio: arrivi allo stesso punto, ma da una strada nuova, mai vista. In ogni caso succede qualcosa nella mente, in quella incredibile combinazione di mondo reale e ricordo, quando i mondi possibili si aprono uno dietro l’altro e disegnano storie, desideri, rimpianti, a comporre la nostalgia di un qualcosa di vissuto o di non vissuto ma che forse vorresti rivivere fosse solo per un minuto.

 

Ad esempio, senza un ordine preciso, alcune immagini

 

QUATERMASS

Good Lord Know

(Quatermass, 1970)

Non ricordo per quale combinazione o mix di riproduzione causale pigramente impostato su You Tube in un lungo pomeriggio mi si è aperto questo video, mentre le mie attenzioni e i miei pensieri erano esattamente in un’altra dimensione, terrena, forse semplicemente lavorativa. Eppure improvvisamente sono caduto e mi sono dovuto fermare. Un classico gruppo prog anni 70 ma questo è un pezzo che scivola via da quel periodo in modo rapido, sembra scritto decine di anni dopo, oppure ancora da scrivere, per quanto è minimalista e poco incline al gusto di quegli anni. L’inizio sembra scontato, ma poco a poco la voce prende il sopravvento e ti porta con sé. Non ricordo che cosa stessi facendo di preciso in quel pomeriggio di pioggia e di noia ma ricordo di questo ascolto luminoso e tanto basta.

 

GENESIS

Heathaze

(Duke, 1980)

Lo so, niente di nuovo. Molti di voi avranno questo pezzo nelle loro personali playlist. Però. Tutta l’atmosfera di quel disco è legata ad un preciso e definito arco di tempo della mia vita, disegnato e ridisegnato da una persona. La prima volta che lo sentii, non mi sembrò particolarmente attraente; ma fu decisivo ascoltarlo in un altro momento, più drammatico, più difficile da gestire e meno chiaro ai miei occhi. Solo quella combinazione di voce e musica poteva aiutarmi a capire cosa stava succedendo. E ogni volta che ci ricasco, e ascolto, mi si apre quel libro e la voglia di leggerlo tutto, anzi rileggerlo, saltare le pagine ma solo per ritrovarle al contrario, entrarci dentro e scoprire da una riga non letta, da una calligrafia di diario, da un particolare di una foto che non avevo mai visto bene, da frammenti di cose di carta e di memoria, un pezzo della mia vita, un pezzo in più. E finisce davvero troppo in fretta.

 

NICK DRAKE

Poor boy

(Bryter Layter, 1971)

Stranamente, questa musica, questa voce, pur essendo l’emblema della musica malinconica, a me ha sempre dato una sensazione positiva, di semplicità e di lucidità, comunque ottimistica. Il tono della voce, che sembra dimesso e decadente, in realtà compone il quadro di riferimenti precisi, di angoli conosciuti, di sofferenze già trascorse e dimenticate. Soprattutto in questo album (Bryter Layter) dove accanto alla chitarra fanno timidamente capolino altri strumenti (anche il sax), in un’atmosfera di perfezione e di serenità. Mi ricordo certi viaggi in auto, in un periodo in cui ascoltavo molto questa musica, cercando di mettere in ordine i miei pensieri e tutto mi sembrava più facile …

 

ADRIAN BELEW

1967

(Mr Music Head, 1989)

Era l’anno di un cambiamento, di lì a poco mi sarei laureato, ma dovevo ancora vivere un’estate che avrei ricordato per molto tempo a venire. La mattina ascoltavo spesso Controradio e un giorno iniziarono a passare questo pezzo, ad un’ora abbastanza ricorrente. Aspettavo quel momento con una certa agitazione perché quella musica mi aveva catturato, fin dal primo momento. C’erano quegli stacchi improvvisi nel racconto, un andamento circolare  spezzettato, un andare avanti e indietro che mi colpiva molto, come se fosse chiaro al mondo che non tutto poteva andare sempre nella stessa direzione. Fino ad una fine troncata, come una lama a sezionare il tuo ricordo più bello.  Il fatto che si trattasse di Adrian Belew (King Crimson) in fondo era secondario, così come la sua incredibile abilità con la chitarra. Questo pezzo mi è entrato nel cuore e non ho mai smesso di riascoltarlo, anche solo per un minuto.

 

AFFINITY

I am and so are you

(Affinity, 1970)

Negli anni 70 si poteva fare musica in questo modo, portando l’ascolto in una direzione ascendente, sulle ali di sax e di un ritmo sincopato, accompagnati da una voce femminile non bella ma pesante, sempre più in avanti, sempre più in alto, lasciando alle spalle problemi, dolori, sensazioni negative. Questo pezzo mi trasmette l’idea che si possa comunque volare in alto, dimenticarsi delle difficoltà che ti seguono dappertutto e dedicare la tua gioia ad altri orizzonti. La sensazione precisa di essere all’aperto, in un prato, girare intorno ballare ed aprirsi al mondo. Dura poco, ma secondo me è una sensazione bellissima che solo pochi brani di quel periodo riescono a restituire in un modo così immediato.

 

ARENA

Friday’s dream

(Immortal. 2000)

Con mia figlia, in auto, in una stagione assolata ad ascoltare questo pezzo finito per caso tra i CD in ripetizione e a lei piaciuto da subito (gusti musicali diversissimi). E allora ogni volta risentirlo per cantare insieme, per puro divertimento, storpiando le parole ed allungando il tragitto per arrivare alla fine, senza doverlo interrompere. La costruzione è abbastanza elementare, nel più classico stile new prog e senza particolari scossoni. Ma l’impatto è immediato, così come la sua attitudine alla condivisione.

 

CSN

Run for tears

(CSN, 1977)

La voce profonda di Stephen Stills, bilanciata dal falsetto degli altri due e via andare, fino a creare quell’impasto incredibile, mai più ripetuto o ripetibile. Questo album l’ho consumato, nei giorni in cui prendevo coscienza dei miei gusti musicali e mi accorgevo di quale potere evocativo potesse avere la musica. Il cuore si allarga nei cambi di atmosfera dettati da quella voce stupenda e da una chitarra rissosa. Ci sono tante altre gemme in quell’album (Cold rain, Cathedral), ma questo pezzo, per il suo incedere, per l’inizio e per mille altri motivi mi è rimasto nel cuore.

 

ECHOLYN

Winterthru

(Suffocating the bloom, 1992)

Può una musica malinconica dare gioia pura? Questo mi succede ascoltando gli Echolyn, soprattutto nella versione volutamente sincopata che assumono certi brani, oscillanti tra registri malinconici e iperattivi da togliere il fiato. Sembra tutto così convulso, ma quello che rimane è il continuo ripartire da un aggancio, da un tema che propone una riflessione circolare e continua a sorprenderti per le sue movenze così complete e seducenti. Ricordo un ascolto assolato, pedalando su una strada solitaria in una Sardegna di fine agosto, al termine di un pomeriggio di aria e di luce. E sembrava tutto così logico e spiegabile.

 

FISH

Jack and Jill

(Vigil in the wilderness of mirrors, 1989)

Musica di secondo livello, anche un po’ troppo semplice. Ma con un’interpretazione vocale di Fish al suo massimo, capace di colorare di malinconia una storia del tutto banale e comunque normale. La voce ti porta dentro la sua narrazione, fino a farti scordare la musica intorno, che diventa un semplice scenario, ad un certo punto quasi fastidiosa nell’attesa che riprenda a parlarti l’incanto di quella narrazione. Quel primo minuto è la colonna sonora di foto recuperate, di amicizie evaporate, di giuramenti di fedeltà e di fratellanza impossibili da rispettare o semplicemente da mantenere. Tra parentesi: l’album intero è bellissimo, ed è la cifra della fine di un’epoca gloriosa in cui la musica, magari più semplice, riusciva comunque a dare ancora qualche risposta

 

PENDRAGON

The prayer

(The world, 1991)

Non so bene come ci sia finita, ricordo solo che diedi una cassetta al fotografo per realizzare la colonna sonora del filmino del mio matrimonio. Ma l’associazione con quelle immagini è perfetta. Il crescendo che si immerge in un’apertura calda, accogliente e che mostra le immagini di una felicità vera, di una promessa di vita. Tanti anni sono passati, i sentimenti sono cresciuti e si sono trasformati, ma Prayer è sempre lì a riportarmi in quegli attimi esatti, ormai indissolubilmente legata a quelle immagini, a quel cielo e a quella giornata, in cui il mondo stava dalla nostra parte.

 

KEVIN AYERS

Lady Rachel

(Joy of a Toy, 1969)

E’ come quando ti chiedi: come saranno stati quegli anni? Cosa davvero voleva dire ascoltare questa musica allora? Quando un brano non è capace di astrarsi dal suo contesto storico, ma vi rimane invischiato, proprio per restituirti in modo integrale i colori, i suoni e le atmosfere di un periodo, anzi quasi di una stanza, di un luogo, di persone intorno a te. Non parlo di gruppi storici, o di icone indelebili, al di fuori della storia. Parlo di semplici squarci narrativi, di sipari aperti su un momento irripetibile e tutti giocati in quella dimensione. E’ un viaggio in un tempo che non hai vissuto e che ti è sembrato già lontano quando, solo pochi anni più tardi, eri stato capace di intuire cosa era quella musica.  E poi quella voce, così in tono, così “british”, così…

 

FANTASY

Paint a picture

(Paint a picture, 1973)

Una perla dimenticata. Un inizio lontano, una voce lamentosa. Ricordo una vaga inquietudine, un senso di urgenza, e una particolare soddisfazione nel sentire lo sviluppo di una trama sonora accompagnata da un rassicurante tappeto di tastiere fino alla risoluzione interlocutoria, piena di domande. Musica in certi punti elementare, poi quasi mistica, piena di stimoli e ripetizioni, ma complessivamente semplice e tenuta insieme da un sapore particolarmente drammatico e allo stesso tempo dolcissimo della storia raccontata. Basta poco per assaporare una gioia, davvero poco.

 

Silvano Imbriaci

 

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