frontPreceduto dalla notizia con la quale veniva comunicato il ritorno sul ponte di comando di Steven Wilson, è quasi in pubblicazione per Kscope V, il nuovo lavoro del progetto Blackfield del quale è compartecipe al solito il musicista israeliano Aviv Geffen.

Il penultimo album (Blackfield IV) con la presenza di SW a scartamento ridotto a mio avviso aveva segnato il passo, costituendo alla fine il tassello più debole e involuto del catalogo del duo perché, in definitiva, quasi monco di una parte e fortemente sbilanciato dall’altra.

Da allora sono trascorsi tre anni e mezzo, la collaborazione è tornata a pieno regime ed i risultati, lo anticipo, non si sono fatti attendere.infatti è un disco Blackfield a tutto tondo e può reggere il confronto con i primi due album, ritrovando quella vena compositiva, quegli impasti sonori, quelle aperture vertiginose e malinconiche che sembravano in parte smarrite o, comunque, sbiadite nel tempo.

Recuperato il baricentro compositivo, la band si esprime sui propri standard; non ci sono picchi tecnici di assoluta rilevanza ma, come sempre, Tomer Z alla batteria e Eran Mitelman alle tastiere completano con successo il lavoro di Wilson (voce, chitarra, mellotron) e Geffen. Come “ciliegina” sulla torta…la produzione di Alan Parsons in tre brani ha generato evidentemente nuovi stimoli ed entusiasmo tra le fila dei protagonisti.

Dunque, 45 minuti di pop-prog di ottima fattura dove emergono alcuni episodi davvero da incorniciare e solo qualche lieve sbavatura; dodici canzoni oltre una vera e propria intro, breve ma di buona intensità. Tornano quindi in gioco le emozioni, i sentimenti, il sound pare di nuovo ben assestato, perfettamente allineato ed in linea con quanto è lecito attendersi.

Gli archi della London Session Orchestra conducono una breve ma intensa introduzione (A Drop In The Ocean) e si parte ottimamente con Family Man, un pezzo dove la tensione crescente impressa da Steven Wilson è davvero palpabile sino ad una prima ascesa inarrestabile.

Subito dopo arriva una prima stilettata al cuore. How Was Your Ride? tocca subito le corde delle emozioni, generandone a cascata e recuperando appieno alcuni dei momenti più significativi della band, sospesi tra una malinconia incontenibile ed improvvise e laceranti aperture.

Matrice diversa ma non per questo meno interessante per We’ll Never Be Apart che pur con un andamento più prevedibile sa regalare momenti caldi grazie ad una calibrata scelta dei suoni (Geffen voce solista). Una ballad acustica, morbida ed evocativa (Sorrys) e di nuovo il sound plana su un mare di vibrazioni ed emotività, immenso, profondo e tranquillo (Life Is An Ocean).

Un passaggio ritmato ma forse di minor peso specifico (Lately) e quindi giunge una vera pugnalata, un carico di malinconia enorme espresso da un testo struggente ed un arrangiamento orchestrale che, personalmente, mi ha letteralmente ammutolito (October) con un Wilson ispiratissimo.

Un altro buon episodio sospeso tra rock-ballad e ripide ascensioni (The Jackal); un breve ma intenso momento strumentale (Salt Water) cui segue una incursione in un pop più largo e corale (Undercover Heart). A chiudere, tentazioni trip hop con Lonely Soul e un altro gioiellino di SW, grande atmosfera unita a semplicità (From 44 To 48).

Ricompattate le fila, i Blackfield tornano ad esprimersi a livelli loro più consoni, riannodando felicemente i fili con il passato e mantenendo una certa freschezza. testimonia ad ogni modo l’imprescindibilità di Steven Wilson e quanto il suo apporto sia in grado di orientare al meglio l’indirizzo del gruppo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Tonino ha detto:

    Grazie x le tue recensioni. Incisive, chiare. Regolano il senso alle cose che dici…….complimenti. Con le tue email sono sempre aggiornato su questo fantastico mondo che e’ il new-pop-prog.
    Ciao
    Tonino

  2. Max ha detto:

    Grazie a te Tonino !

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