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Sei anni di silenzio (occorre ritornare a Road Salt Two) e la gravissima malattia che ha colpito nel frattempo Daniel Gildenlöw sono elementi sufficienti per certificare il ritorno sulle scene dei Pain Of Salvation come uno dei più attesi dell’anno appena cominciato.

In The Passing Light Of Day è infatti il titolo del nuovo lavoro della band svedese, il nono, pubblicato nuovamente per Inside Out e che presenta come già in passato una formazione rinnovata o, comunque, in parte rimescolata.

Spesso innovatori, in qualche modo alternativi nel loro bacino più naturale (il prog metal), i P.O.S. in carriera hanno saputo stupire di frequente anche se, a mio parere, non sempre con risultati ineccepibili.

In The Passing Light Of Day dunque è figlio di una pausa prolungata e, in certa misura, della pericolosa disavventura che ha toccato pesantemente il front man. Da tutto ciò ne consegue un disco dalle ambientazioni particolari ma che, per lunga parte, va a ripescare nel “sentire” più antico del gruppo, riannodando qua e la i fili anche con alcuni spaccati di Road Salt Two.

Non è certo un album immediato, come di consueto ad un primo approccio richiede la giusta dose di attenzione e nel complesso lascia intravedere forse meno novità che in passato; probabilmente prevale l’urgenza, il desiderio, di riannodare i fili con la propria storia. Il lavoro in produzione di Daniel Bergstrand (In Flames, Meshuggah, Devin Townsend) ha contribuito sensibilmente all’orientamento dell’album, sopratutto in merito a quelle frazioni che risultano decisamente più aggressive e spigolose.

Premesso ciò, In The Passing Light Of Day offre complessivamente un deciso segnale di ripresa da parte della band svedese. Un disco che cresce inesorabilmente alla distanza, ascolto dopo ascolto, giocando sulla tessitura delle atmosfere, sull’inserto di alcune decisive aperture melodiche, guidato da un mood oscuro, a tratti drammatico ed incalzante e che rimane godibile nonostante una durata imponente, circa 72 minuti.

La band si riappropria così della cifra stilistica che le compete, sfornando un lavoro coeso e che, come sempre, regala un’interpretazione di genere molto personale e composita. Dieci brani intensi, un paio dei quali davvero “angolari”, in cui la tensione impressa da Daniel Gildenlöw e compagni è il filo conduttore, il sentiero obbligato da percorrere in un viaggio sonoro mai banale, sino ad un epilogo molto alto.

La corposa On A Tuesday regala una partenza lanciata, una zampata possente ed incisiva grazie al drumming martellante di Leo Margarit ed ai riff incessanti di DG e Ragnar Zolberg. Il brano ben presto vira su tinte più oscure, di minacciosa attesa e sospensione, per poi tornare a pulsare di travolgenti accelerazioni e larghi squarci melodici. La perenne alternanza tra dinamismo e staticità esprime così uno dei passaggi più a fuoco, con una chiusa in crescendo molto coinvolgente.

Sulla stessa falsariga, Tongue of God completa un uno-due iniziale di rara potenza. Un passaggio diretto e cupo, un prog metal che elargisce un livello elevato di tensione tra accenti quasi doom.

Scelta come singolo, Meaningless ha il dono di comprendere gran tiro, una buona e crescente struttura ed una certa dose di immediatezza, corroborata da un refrain assolutamente di largo respiro e trascinante.

Una ballad condotta dal piano. Silent Gold riporta in qualche modo alla vicenda personale di Gildenlöw, trasmettendone la pena, il dolore, il senso di impotenza e, non ultimo, il valore di una diversa e ritrovata consapevolezza.

Ancora un robusto episodio in cui è un ritmo sincopato a tracciare la via; maestri di certe accelerazioni, i Pain Of Salvation non si smentiscono con Full Throttle Tribe, un pezzo nel quale, tra un crogiuolo di suoni e variazioni ritmiche, alcune spinte ascensionali e vertiginose cadute divengono irresistibili.

Non si placa l’incalzare del ritmo che diviene vorticoso e rabbioso con Reasons, song tra le più contenute nella durata ma che evidenzia a mio avviso una struttura ed un mood non lontano da alcune cose dei Leprous, rivisitate ovviamente in chiave…svedese.

Una chitarra acustica, un ritmo pulsante in sottofondo..questo il lento ma progressivo incedere di Angels of Broken Things, una ballad in ascesa ed ipnotica, per certi versi disperata, sino all’apoteosi sottolineata da un sontuoso e travolgente solo dell’elettrica.

Quindi, una coppia di brani che di getto rimandano al periodo Road Salt e che, a mio vedere, stridono un poco con il resto del plot. The Taming Of A Beast offre un apparato ritmico piuttosto lineare, poggiando inizialmente sulle note delle keyboards di Daniel Karlsson e poi su repentine fughe in avanti della melodia. If This Is The End con maggiore forza riporta indietro le lancette di sei/sette anni, per un momento acustico molto pregnante ma che, ancora oggi, percepisco come piuttosto atipico; la seconda parte invece risulta molto più mossa, riprendendo in modo convinceente il filo del discorso intrapreso in questa occasione.

Alla splendida title track il compito di chiudere in bellezza. 15 minuti nei quali i P.O.S. Daniel Gildenlöw riescono compiutamente a mostrare per intero il loro spessore, il grado di ispirazione ed il livello compositivo tuttora in grado di raggiungere. Il mood sprigionato nei primi sette minuti è assolutamente da brividi grazie ad una interpretazione vocale ineccepibile e ai pochi ma calibrati suoni scelti. La seconda sezione vede salire il ritmo e con questo il pathos, l’arrangiamento si colora di suoni e tinte diverse, il sound acquista ampiezza, si allarga e prende campo, la batteria torna protagonista e la chiusa, quasi sinfonica, è di quelle che lasciano il segno.

Sono stati necessari 72 minuti ai Pain Of Salvation per fugare dubbi, incertezze, perplessità, interrogativi. Un ritorno importante, per certi versi forse pure sofferto ma, di certo, molto significativo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. Antonio Cristiano ha detto:

    Di solito mi trovo sempre daccordo con le tue disamine ma non su questa dei PoS.
    Non che dissenta in tutto, ma in generale leggo in troppe recensioni un grande entusiasmo e non riesco a comprenderne i motivi.
    E’ un lavoro discreto o poco meno, un gradito ritorno dopo la difficile malattia che ha colpito Daniel, ma mi sembra anche un disco altalenante e che segue la stessa scia di Scarsick e dei due Road Salt, cioè ottime cose alternate ad altre trascurabili se non brutte.
    Sicuramente On a Tuesday e Full Throttle Tribe sono gli apici, un ritorno a sonorità più heavy, sorrette da ottima musicalità e dei refrain di grande impatto, così come il crescendo ipnotico di Angel of Broken Things che sfocia in un lungo solo strappato con forza ma, ad esempio, Tongue of God non esplode mai e le ottime intuizioni di Reasons (tra Gentle Giant e Faith No More) sono rovinate da un riff portante veramente brutto e poco ispirato.
    Poi nei momenti più intimi (Silent Gold e la prima parte di If is this End), da sempre il fiore all’occhiello della poetica di Daniel, sembra mancare quel pathos, quelle melodie cullanti da sempre presenti.
    Trascurabile il rockaccio di Taming of a beast che sembra presa dalle sessioni di Road Salt, buono il brano prestato da Ragnar, Meaningless.
    Discorso a parte per la title track, commovente ed emotiva quanto si vuole ma tirata e ritirata per 15 minuti, quando con metà minutaggio ne sarebbe uscito un vero capolavoro.
    Il tutto al netto della componente testuale che svolge il suo ruolo profondo ma che non mi fa distogliere l’orecchio da alcune vistose pecche.
    Insomma, è ancora presto ma difficilmente finirà nella mia top ten 2017.

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