Mike Oldfield – Return to Ommadawn 2017

Pubblicato: febbraio 1, 2017 in Recensioni Uscite 2017
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Layout 1A tre anni di distanza dal deludente Man On the RocksMike Oldfield torna in scena con un progetto annunciato quanto, a mio avviso, insidioso. Return to Ommadawn, titolo del nuovo lavoro, spiega ampiamente le intenzioni del poli strumentista e compositore di Reading ed il rischio conclamato è quello di scivolare in una operazione nostalgia tesa forse a riscattare un recente passato musicale non troppo brillante.

Questo album è stato presentato dal musicista come il sequel dello splendido disco pubblicato nel 1975 ricalcandone il formato, una lunghissima suite strumentale divisa in due parti; ne replica le atmosfere, il mood, diverse sonorità, generando in chi scrive un senso di malinconia per il tempo andato frammisto a perplessità.Arpa celtica, mandolino, banjo, ukulele. Ed ancora, Hammond, Farfisa, percussioni africane, glockenspiel, bodhrán (un tamburo irlandese), oltre a numerosi strumenti più tradizionali in ambito rock…Oldfield non si è fatto mancare nulla, nessun ingrediente, per potere riannodare al meglio i fili con il suo lontano e prestigioso passato.

Ora, per valutare serenamente l’ascolto di questo album, individuo due principali chiavi di lettura; la prima, quella che probabilmente fa capo al pubblico più nostalgico e “die hard”, accoglierà questo Return to Ommadawn come un viaggio a ritroso nel tempo, nella giovinezza, in un pastiche musicale tra sonorità medioevali e pastorali rimaste scolpite nella memoria. Oldfield dal canto suo è prodigo in questo caso di autocitazioni, di agganci temporali a quello che resta uno dei suoi dischi più riusciti, indimenticabili e l’effetto remembering (va detto) viene centrato perfettamente. Tra le mille note che avvolgono all’ascolto viene spontaneo lasciarsi andare ai ricordi di un’epoca (ahimè) ormai lontana, in cui la forza propulsiva della musica era qualcosa di inarrestabile e sorprendente.

L’altra interpretazione al contrario prevede un senso di iniziale piacere, ben presto soppiantato dalla netta percezione di trovarsi di fronte ad una pura rivisitazione, un mero aggiornamento, forse incomprensibile ed inutile. Per quanto lo sforzo profuso dal musicista inglese non sia da sottovalutare i 42 minuti messi in campo non propongono un benché minimo spiraglio alternativo al copione originario. E se questo, da un lato, poteva essere preventivabile data la natura stessa del progetto, al tempo stesso lascia una sensazione fastidiosa, un déjà vu funzionale alle vendite ma che, in quanto tale, davvero nulla aggiunge al catalogo dell’artista.

Mai come in questo caso preferisco lasciare ad ognuno il piacere di ascoltare e seguire le proprie sensazioni; per parte mia concludo dicendo che questo non è e non può essere un disco che suscita valutazioni a mezza via: o lo si ama o lo si detesta per i motivi sopra descritti, ferme restando le qualità tecniche e compositive del grande Mike Oldfield. I suoni sono scelti e curati con la solita estrema perizia, le atmosfere catturano all’istante, peccato però che fondamentalmente si tratti di una riproposizione.

Max

 

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commenti
  1. gianni ha detto:

    Lo so, la sapevo, era inevitabile (forse)
    ma forse è anche giusto così? Le cose belle alla fine finiscono? (mi si perdoni il bisticco).

  2. Pippo bau' ha detto:

    Ma lo avete ascoltato il disco?

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